La narrazione come cura

Tutti i dolori sono sopportabili se li si fa entrare in una storia, o se si può raccontare una storia su di essi“. Karen Blixen

Una narrazione incarnata“, potremmo dire della psicoterapia. Che come molte fiabe spesso inizia con un “C’era una volta…”: c’era una volta il/la protagonista, c’era la sua famiglia, c’era il luogo dove la quotidianità si svolgeva. Poi qualcosa è accaduto, o non potrebbe esserci storia nè vita, dando inizio alla prova, al viaggio iniziatico, all’entrata nel bosco che ha segnato la fine dell’infanzia dell’Anima, della sua innocenza inconsapevole.

E c’erano una volta i nemici e c’erano gli alleati del/la protagonista: quelli che ne hanno allo stesso tempo ostacolato e promosso la trasformazione alchemica in eroe/eroina; e quelli che come forze benefiche sono giunti in soccorso quando ogni speranza sembrava perduta.

Questo è un modo simbolico-immaginale – non l’unico – di entrare nel racconto di sè: una mappa possibile per affrontare il caos a cui la sofferenza ci risveglia. La dimensione narrativa è talmente pervasiva della nostra esistenza, del funzionamento stesso della mente (che continuamente parla, commenta, racconta storie stabilendo nessi causali tra ciò che accade fuori e ciò che proviamo dentro, tra ciò che è successo prima e ciò che è venuto dopo), che la psicoterapia può essere intesa anche come cura della nostra storia.

Dove “storia” è allo stesso tempo la vita che abbiamo vissuto e la sua narrazione – che nella nostra percezione coincidono. Non possiamo cambiare ciò che è stato, ma possiamo cambiare il modo di rappresentarcelo: fare esperienza di una nuova, diversa narrazione nella quale le prove ricevono senso (piano cognitivo), i vissuti trovano validazione (piano emotivo) e nuove azioni possono contare su un sostegno che prima mancava (piano della realizzazione).

Questa esperienza, però, ha bisogno di una relazione per avvenire. La psicoterapia è quella relazione che permette alla narrazione di divenire cura. A renderlo possibile, al di là dell’approccio che differenzia un terapeuta dall’altro, è il minimo comune denominatore (preferisco chiamarlo “nucleo pulsante”) di ogni psicoterapia: la relazione. La narrazione cura quando vi è una relazione (sufficientemente buona) a farle da sfondo. Perchè?

Ci aiuta lo studio delle origini del linguaggio. Il canto e la parola nascono dallo stesso seme, quel suono-richiamo che le nostre antenate emettevano mentre raccoglievano bacche e frutti per far sapere al piccolo che la madre era lì vicino anche se non la poteva vedere. L’evoluzione non consentiva più al neonato di aggrapparsi con le proprie forze al corpo della madre – come nei primati – mentre lei procurava il cibo: il suono vocale, un domani parola, colmava la distanza calmandolo, rassicurandolo: facendolo sentire connesso. Consiglio lo straordinario lavoro di Dean Falk per approfondire: Dean Falk: “Lingua madre. Cure materne e origini del linguaggio”, Boringhieri

Ecco tessuti insieme, dalla notte dei tempi, suono (e canto), parola, relazione e cura. Ecco l’impronta che ci identifica come mammiferi umani, anche se diversi tra loro: la capacità di agire, mediante la relazione, per chiedere e dare cura. A cominciare dalla comunicazione, il dire di sè con la parola e con il corpo (sintomo)

Vi è una fase dello sviluppo in cui ogni bambino assilla i genitori perchè raccontino, ancora e ancora fino allo sfinimento, aneddoti di quando era piccolo, o di quando erano piccoli loro. “Mi racconti di quando…?” va di pari passo al “Ti ricordi quando…?” dei genitori: è il gioco del rinnovarsi del senso di appartenenza con parole, ricordi comuni, atmosfere e rispecchiamenti, sui quali potremo contare per saperesentire chi siamo e che non siamo soli.

“Noi siamo un colloquio”. E. Borgna

In terapia il sintomo stesso è una trama condensata che terapeuta e paziente dipanano insieme: “Che storia racconta questo sintomo di te, della tua vita, del nostro incontrarci?” Storia, mito, archetipo: lettere di un alfabeto con cui Anima – torniamo nella mappa dell’immaginale – si racconta, se solo dall’altra parte qualcuno sa ascoltare. Per questo una psicologia che si faccia tentare troppo dall’approccio medico riduzionista rischia di perdere il suo compito originario di interprete del linguaggio di Anima.

Un grande terapeuta, Erving Polster, diceva che “Ogni vita merita un romanzo“: quante volte ascoltando gli altri raccontarsi ci sembrano eroi e ed eroine e la loro vita una storia che cercava solo le parole giuste per essere narrata? E quanto bene ci fa sentire sentire quando qualcuno è totalmente presente nell’ascoltare il nostro romanzo personale?


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