Le Orme di bosco di Mycelica
Di Silvia Riccamboni ed Elena Carlassara
“L’ecoansia, per me, non è mai stata una parola. È stata una sensazione diffusa, difficile da nominare: un nodo allo stomaco, una stanchezza che non passava riposando, la percezione che qualcosa nel modo in cui viviamo fosse profondamente sbagliato. Non era solo la paura per il clima, per la perdita di biodiversità, per il futuro. Era il sentire che la vita stessa era diventata troppo stretta, compressa dentro ritmi e aspettative che non mi lasciavano più respirare”.
“All’inizio ho provato a informarmi di più, fare di più, controllare di più. Ma più cercavo di essere responsabile, più cresceva il senso di inadeguatezza. Ogni scelta sembrava insufficiente, ogni gesto troppo piccolo. Mi sentivo sola, come se la cura del mondo dipendesse da me. Il tema della sostenibilità era diventata una richiesta continua di rinuncia, autocontrollo e sacrificio”.
L’ecoansia é così. Una paura incontrollata per le sorti del mondo naturale che nasce da una percezione corretta ma incompleta: assistiamo al collasso ecologico ma continuiamo a leggerlo come un problema pratico e morale di cui farci carico individualmente. Veniamo chiamati a fare di più – più rinunce, più limiti – senza poter toccare con mano i risultati.
Ma è tutto qui? Tutto si riduce ad un meccanismo stimolo-risposta? Minaccia-paura? Siamo più complessi di così. Serve aprire questa equazione ad altre variabili, farla respirare. Dobbiamo pensare in modo diverso la crisi ecologica, e soprattutto raccontarla in modo diverso. Ci serve una narrativa dell’ecofelicità.
La proposta di Stefano Bartolini in “Ecologia della felicità”1 ci sembra l’esempio lampante della forza che può avere un cambio di narrazione: la crisi ecologica come risultato non di un eccesso di benessere, ma di una povertà relazionale, politica e simbolica. Ecco rovesciata la narrativa prevalente: non produciamo e consumiamo troppo perché stiamo “troppo bene”, ma perché abbiamo perso il senso di ciò che facciamo.
La crescita difensiva: al cuore dell’ecoansia
Bartolini chiama “crescita difensiva” il meccanismo perverso che induce le persone a lavorare e consumare di più per arginare una peggiore qualità di vita. Ecco i passaggi: più l’ambiente e le relazioni si degradano, più ricorriamo al denaro per compensare; più inseguiamo il denaro, più alimentiamo un’economia che degrada ambiente e relazioni.
Questo circolo vizioso è una fabbrica ecoansiogena che sforna fretta, competizione, insoddisfazione cronica e un senso diffuso di impotenza riguardo al futuro. Basta guardarci per saperlo. Basta leggere le statistiche sulle sostanze con cui ci dopiamo ogni giorno per riuscire a tenere il passo e spegnere l’interruttore nelle poche ore di riposo che l’ingranaggio concede: ansiolitici, antidepressivi, caffè, droghe.

La svolta narrativa: dalla rinuncia individuale alla felicità condivisa
“La svolta è arrivata lentamente, quasi in sordina. Non come una soluzione, ma come un cambio di sguardo. Ho iniziato a riconoscere che la mia eco-ansia non riguardava solo l’ambiente, ma anche la povertà di tempo, di relazioni, di spazi condivisi. Che la paura per il futuro era un tutt’uno con la fatica del presente. Che non stavo soffrendo solo per ciò che stava accadendo al pianeta, ma per il modo in cui noi tutti stavamo al mondo”.
Quando non crediamo più nell’efficacia di un’azione comune, cerchiamo salvezze private: più risparmio, più lavoro, più tutela individuale. È un paradosso tragico: nel tentativo di proteggere il futuro lo si peggiora, perché il denaro si accumula individualmente mentre l’ambiente, il clima, la qualità della vita, la giustizia sociale possono migliorare solo attraverso l’interesse e l’azione collettivi.
La diagnosi non lascia dubbi: senza ecologia sociale e politica, non può esserci ecologia ambientale. E l’ecoansia cresce proprio là dove la democrazia è fragile e la fiducia collettiva erosa.
Uno dei cavalli di battaglia della narrazione ambientalista tradizionale é: “Dobbiamo fare sacrifici oggi per il bene delle future generazioni”. È un messaggio moralistico, colpevolizzante, depressivo, nonché ecologicamente debole. Lo dicono gli esperti di comunicazione, pedagogia e psicologia ambientale, che rovesciando la prospettiva propongono invece: “Proteggere l’ambiente significa creare le condizioni per vite più felici oggi”.
(Prova a farci caso: che effetto ti ha fatto leggere queste parole?)
Dunque non meno felicità, ma felicità diversa.

Società relazionale, ikigai e svadharma
La società relazionale descritta da Bartolini è sorprendentemente affine ai concetti di ikigai2 e svadharma3 letti in chiave collettiva. Una società che valorizza relazioni, tempo, spazi comuni e partecipazione permette di vivere bene consumando meno. Ridurre il bisogno di lavorare libera tempo e senso.
In un’ottica ecosofica, l’ikigai non è “realizzarsi” in senso performativo ma riconoscere il proprio posto nella rete di relazioni vive; e lo svadharma non è un destino individuale eroico, ma una responsabilità che risponde alla domanda: “Come posso contribuire alla qualità della vita comune?” Come? Ad esempio, suggerisce Bartolini, progettando contesti felici: città camminabili, verdi, relazionali; scuole partecipative che formano cittadini, non solo lavoratori; spazi pubblici finalizzati non al consumo ma alla circolarità di idee ed esperienze.
Non dobbiamo rinunciare a vivere meglio per salvare il pianeta; dobbiamo vivere meglio per poterlo salvare. La potenza di questa narrazione sta nel rovesciamento della logica del limite. Una visione ecosofica nel senso più pieno: cura dell’ambiente = cura dell’umano = cura delle relazioni. L’ecosofia ha bisogno dell’econarrativa per trasformare le trame di senso che muovono le nostre scelte; per capire che la crisi ambientale è inseparabile dalla crisi della mente, delle relazioni e della società. E dei linguaggi.
Narrazioni che curano
L’Ecologia della felicità è un esempio straordinario di narrazione capace di riconoscere la gravità della crisi, sciogliere il nodo dell’impotenza collettiva e offrire un orizzonte desiderabile oltre che praticabile. Perché quando comprendiamo che felicità e sostenibilità non sono in conflitto ma alleate, la cura del mondo smette di essere un peso e torna ad essere una forma di intelligenza incarnata.
Quando fonti autorevoli ci parlano di beni comuni, di relazioni, di felicità condivisa, qualcosa dentro si rilassa: non siamo chiamati a “salvare” nulla da soli, ma ad essere consapevoli del nostro posto dentro una trama più grande. Possiamo fare meno, ma con più senso: rallentare, scegliere con più cura, ridare valore a ciò che non si compra: il tempo, la presenza, l’ascolto, la parola.
Fonderci con la natura, coltivare buone relazioni, semplificare il modo di vivere: non per essere “virtuosi” ma per allinearci ad equilibri che devono essere buoni per tutti. Ecco lo svadharma: non un ruolo eroico, ma una fedeltà silenziosa a ciò che sentiamo vero. Ed ecco l’ikigai: non uno scopo da raggiungere, ma una qualità dell’abitare la vita fatta di connessione, cura, partecipazione.
Sappiamo che la crisi è reale e profonda e che le risposte arrivano dal ricostruire pazientemente i legami e ripensare i linguaggi. In questo tessere insieme, finalmente cura del mondo e cura di noi si accordano. Non ci è chiesto di essere all’altezza del mondo, ma di stare nel mondo. Di ascoltarne i ritmi, le ferite, le possibilità ancora vive.
L’ecoansia per molti è la soglia, il segnale che qualcosa chiedeva di essere guardato più a fondo; attraversarla è imparare a sentire insieme, con altri, con la terra.
“La felicità è reale solo se condivisa“. Christopher McCandless
Può esistere una salvezza privata, individuale? Ogni gesto che ci riconnette — al corpo, alla natura, agli altri — è già anche gesto politico, già cura del vivente. Non cerchiamo più risposte totali, ma pratiche fedeli: piccoli atti quotidiani per una vita buona, condivisa, abitabile da tutti. Una forma di intelligenza lenta che non separi più il nostro destino da quello del mondo.
Scegliamo di stare qui: non sopra la Terra, non contro il tempo, ma dentro la trama viva delle relazioni, dove la cura non è un dovere né un sacrificio, ma il linguaggio dell’appartenere.

Le parole per farlo
L’econarrativa si occupa del modo in cui le storie modellano il nostro rapporto emotivo, cognitivo e somatico con il mondo vivente; ci insegna che il linguaggio che usiamo per raccontare qualsiasi fenomeno condiziona il modo in cui lo percepiamo, i nostri stati d’animo e le scelte che ne derivano. Per questo, oltre a offrire nuove storie a cui ispirarsi per realizzare un mondo diverso, smaschera quelle che alimentano da secoli un modo di vivere, di produrre e di relazionarsi tossico, individualista e predatorio.
Perchè l’ecopreoccupazione non degeneri in ecoansia congelando il suo potenziale trasformativo, abbiamo bisogno di agire anche sulla narrativa: non più – dicono gli studi – proclami che infieriscono insinuando l’urgenza e la colpa, ma un richiamo che ispiri presenza, responsabilità e appartenenza. Parafrasando le parole di David Sobel4, non saranno la paura o la colpa, ma l’amore per il mondo naturale, a far sì che le nuove generazioni sentano il desiderio di averne cura.
1. Il punto di vista neurolinguistico: calmare per attivare
L’ecoansia è spesso il risultato di narrazioni che stimolano in modo cronico il nostro sistema di allerta: lessico catastrofico (“Sarà troppo tardi”), sentenze assolute sul futuro (“Non ci sarà più niente da fare”), immagini di collasso irreversibile. In uno stato di iper-attivazione, riflettere ed agire in modo orientato ed efficace è molto difficile. Di fronte ad una minaccia così sproporzionata rispetto alle sue risorse, l’organismo animale umano, non potendo ricorrere né all’attacco (con chi me la prendo?) né alla fuga (dove scappo?), finisce per imboccare una terza via: il distacco, la dissociazione, l’impotenza, la rassegnazione.
Serve tornare entro quella che la psicofisologia dello stress chiama “finestra di tolleranza”: nè troppa attivazione (panico), né troppo poca (spegnimento). L’ecopreoccupazione è compatibile con la finestra di tolleranza: non nega il problema, non evita il confronto, non si disregola; sente il coinvolgimento, la tensione e permette di riflettere e agire.
Un linguaggio concreto, situato, corporeo può contenere l’iperattivazione: “Qui, ora, questo ecosistema sta cambiando”, invece di “Il pianeta sta morendo”. Riporta l’azione nel presente e nel possibile e il cervello risponde meglio a verbi che esprimono processi possibili; ad esempio rigenerare, custodire, riequilibrare, imparare… rispetto acrollare, scomparire, distruggere… usati in senso assoluto.
L’econarrativa racconta soggetti capaci di risposta: “Le comunità che scelgono…”, “Le pratiche che già stanno trasformando…” instillando così un senso di efficacia. Questo tipo di narrazione favorisce l’attivazione della corteccia prefrontale, sede della pianificazione e del discernimento, anziché il blocco da minaccia.
2. Il punto di vista emotivo: dalla paralisi alla relazione
Abbiamo già sottolineato che l’eco-ansia isola, mentre l’ecopreoccupazione può connettere. La differenza non è tanto l’intensità dell’emozione, ma la qualità del legame che la storia evoca.
Una narrativa generativa, infatti, non nega il dolore ecologico, ma lo rende condivisibile: nomina la perdita senza trasformarla in sentenza finale; sostituisce la colpa con la responsabilità. Dove la colpa chiude, la responsabilità apre offrendo almeno una possibilità. “Siamo parte di una trama ferita”, piuttosto che “Sei colpevole del disastro”, valorizza le emozioni lente e condivisibili: cura, lutto, gratitudine, fedeltà ai luoghi.
L’ecopreoccupazione sottende una forma di premura: nasce quando sentiamo che ciò che ci preoccupa ci riguarda perché ne siamo parte. Approfondire il punto di vista emotivo, dunque, significa entrare nel territorio più delicato e allo stesso tempo più trasformativo. Le emozioni non sono un effetto collaterale della crisi ecologica. Sono il luogo in cui la crisi viene interiorizzata e la risposta può nascere o bloccarsi.
La narrativa che alimenta l’eco-ansia insiste sulla paura senza appoggio e trova terreno facile: la maggior parte delle notizie di crisi ambientali riguarda luoghi lontani da dove abitiamo, specie animali sconosciute, eventi improvvisi che cambiano la geografia di interi paesi. Non sentiamo alcun legame emotivo con ciò che stiamo perdendo. Abbiamo bisogno di una narrativa che ripristini la relazione affettiva con i luoghi e con gli esseri – umani e non. Non “il pianeta” ma quel luogo, l’esemplare di quella specie, quella precisa comunità. Così la perdita viene nominata, non alienata. Il lutto ecologico è, infatti, una tappa necessaria senza la quale il dolore e la paura fossilizzano. Dove la negazione congela, la tristezza fertilizza.
Mentre l’ecoansia deborda nel silenzio privato, l’ecopreoccupazione rafforza la risonanza collettiva. In tal senso, le narrazioni efficaci legittimano emozioni complesse e ambivalenti, mostrano che anche altri sentono “come me”, creano spazi simbolici di parola, ascolto e ritualità. Tutto questo, emotivamente, produce l’effetto fondamentale di non sentirci più soli nella percezione della crisi. La condivisione non elimina il dolore, ma lo rende più abitabile.
Dal Tempo del Sogno aborigeno (popolo Jolŋu):
“Yäku wäŋa bäyŋu,
yäku yolŋu bäyŋu.
Ŋarra nhäma, nhäma bäyŋu”.
“Nessun luogo è senza voce,
nessuna persona è senza voce.
Io vedo, e non vedo da solo”.
Nella cosmologia Yolŋu, il canto non serve a consolare, ma a tenere insieme il mondo:
quando qualcosa fa male, si canta insieme, perché il dolore non rompa il legame.
3. Il punto di vista poetico: abitare invece di denunciare
L’ecologia narrativa non ama urlare, preferisce abitare, sostare invece di correre freneticamente da un luogo all’altro, da un pensiero all’altro. Per questo ama il linguaggio poetico, immaginale, metaforico. La via poetica sa toccare corde invisibili come il senso del tempo, lo stato di coscienza, il ricordo di sé, consegnandoci tra le mani un antidoto all’ansia e alla disconnessione: la lentezza.
La poesia non “consola”: contiene. La parola poetica non risolve, non spiega, non incalza; è quell’ecosistema affettivo in cui emozioni difficili possono respirare invece di trasformarsi in panico o apatia. Una narrativa che coltiva questa fluidità emotiva non spegne l’allarme, lo accorda affinché diventi ascolto, discernimento. Siede sulla soglia e da lì racconta i passaggi, le risonanze comuni, gli errori e le nuove prove. Le crisi come rivelazioni di interdipendenza. Non edulcora, ma nemmeno assolutizza.
È una narrativa che trasforma la paura in cura, sostituisce l’urgenza con la presenza e racconta il mondo non come oggetto da salvare, ma come relazione da onorare: “Siamo dentro un cambiamento profondo e il modo in cui lo raccontiamo ne orienterà l’esito”. In questo senso, l’econarrativa non è solo un modo di comunicare l’ecologia: è già di per sé pratica ecologica.
Al termine di questo lungo viaggio, possiamo riporre nell’econarrativa molta della nostra speranza: quella che nasce quando la paura incontra una relazione, quando l’urgenza incontra la lentezza, quando l’io incontra il noi e il più-che-umano. Un linguaggio diverso, più lento e tessuto, micelico, restituisce voce anche ai fiumi, ai suoli, agli insetti, ai semi… non come comparse funzionali al protagonista-uomo, ma come soggetti (narrativi) pienamente autonomi.
“Commovente dire io
come parlare del proprio cane
o del gatto della loro imprevedibilità
ma anche come dire città
paese firmamento qualcosa a cui appartengo
ma non mi appartiene,
e albero casa vento
come un affetto antico e lontano
come perdonare tutto
in nome di una perdita inconsolabile”.
1 Bartolini S., Ecologia della felicità. Perchè vivere meglio aiuta il pianeta, Aboca 2021
2 Concetto giapponese che si traduce come “ragione di vita” o “ciò che ti fa alzare la mattina con gioia”. Rappresenta lo scopo, la felicità e la ragione per cui la vita vale la pena di essere vissuta, unendo ciò che si ama fare, ciò in cui si è bravi, ciò di cui il mondo ha bisogno e ciò per cui si può essere pagati.
3 Nella filosofia indiana, il proprio scopo di vita, dovere individuale o legge naturale, unico e autentico, che deriva dalla propria essenza e natura intrinseca, in contrasto con i doveri altrui o i modelli sociali prestabiliti. Seguire il proprio Svadharma significa agire in armonia con i propri talenti e inclinazioni, portando realizzazione e benessere, anche se compiuto imperfettamente.
4 “Se vogliamo che i bambini fioriscano, che diventino veramente capaci di agire, permettiamo loro di amare la Terra prima di chiedere loro di salvarla”. David Sobel è direttore di Scienze della Formazione della Prima Infanzia e professore associato presso la Facoltà di Scienze della Formazione, Counseling e Sviluppo umano della South Dakota State University.
5 Candiani C.L., Pane del bosco, Einaudi 2023


