Senza lutto (ecologico) non c’è speranza

Il testo si basa sulla ricerca di Varutti M., Claiming ecological grief: Why are we not mourning (more and more publicly) for ecological destruction?*, Ambio 2024 Apr, tradotta da Mycelica e riadattata al format narrativo del sito. Dove non diversamente specificato, le parti virgolettate sono citazioni dalla ricerca.

* “Rivendicare il lutto ecologico: perché non esprimiamo il nostro lutto (sempre più pubblicamente) per la distruzione ecologica?”


Prologo

Che il mondo naturale susciti in noi emozioni piacevoli e migliori il nostro stato psicofisico è una consapevolezza ormai acquisita. Lo sappiamo dalla letteratura, dalle neuroscienze, dalle pratiche di guarigione delle culture più diverse: imbattersi in orme di animali selvatici nella neve, camminare nel bosco, attraversare una distesa fiorita, veder crescere il noce piantato dietro casa dal nonno… fa vibrare all’unisono corde emotive e psichiche e poetiche e neuroendocrine che confortano, rallegrano, calmano, sublimano.

Quello che forse non sapevamo, e che solo da pochi decenni stiamo scoprendo grazie alla psicologia del clima è che ciò che accade alla natura può muovere in noi anche emozioni fortemente negative. E non potrebbe essere diversamente.

Se non avessi un bosco proprio dietro casa, me ne sarei andata a vivere altrove da tempo. È un piccolo bosco residuale come se ne vedono molti nella pianura padana; all’inizio erano pochi alberi risparmiati dall’edilizia e dalle monoculture che tappezzano l’area per chilometri, oggi una piccola selva a guardia della soglia tra città e campagna. Quello che mi tiene ancora qui, mentre la cementificazione avanza e villette storiche vengono rase al suolo per costruire palazzi-bunker, è il fatto che mi basta aprire le finestre perché la casa sia inondata di grida di scoiattoli e ghiandaie.

Il terrazzo di prua affonda in una tavolozza di verdi che mutano durante tutto l’anno: pioppi, lecci, tigli, salici, rovi, che negli anni si sono stretti in un abbraccio così impenetrabile che solo piccoli animali riescono a farvi tane e nidi. Da lì nelle giornate estive sale il fragore assordante di cicale, per darsi il cambio al tramonto con il richiamo ritmico degli assioli. Durante le passeggiate più fortunate può accadere di vedere un grande airone cenerino alzarsi in volo dal canale che circonda il bosco e planare maestoso qualche centinaio di metri più in là, dove finiscono gli alberi e iniziano i campi. Ho scoperto che da almeno quindici anni si fa fotografare lungo i molti corsi d’acqua della città.

Da qualche tempo ho cominciato ad avvertire la paura che questo angolo di paradiso scompaia – spazzato via come le villette liberty – e che non ci sia modo di impedirlo. È una paura che si è insinuata sotto pelle e che ogni tanto affiora in un’allerta sottile. È come il presentimento di una perdita imminente che alterna preoccupazione e rabbia, impotenza e tristezza.

Le stesse emozioni che provo di fronte al vuoto lasciato dall’abbattimento di interi filari di alberi per costruire la nuova linea del tram, o ai tronchi – decapitati dalla notte al giorno – di due platani secolari sacrificati all’interesse economico. O ancora per i moncherini delle capitozzature che spuntano da giardini privati e viali pubblici, e per le potature selvagge non curanti delle norme a tutela della stagione di nidificazione. A queste perdite locali si aggiungono le notizie che arrivano da lontano: nuovi disboscamenti nella foresta amazzonica, ghiacciai che scompaiono per sempre, specie animali e botaniche in estinzione.

Se ne parla tra amici, con i vicini di casa. Ne emerge un malessere comune e una posizione condivisa: se è possibile arrivare ad accettare il senso di impotenza di fronte a catastrofi ambientali al di fuori del nostro controllo (eruzioni vulcaniche, terremoti…), questo non è possibile – né opportuno – quando si tratta di eventi che potrebbero essere evitati perché dipendono direttamente o indirettamente dal comportamento dell’uomo.

Stiamo già tracciando i paesaggi emotivi che chi si occupa di psicologia del clima conosce bene. Da alcuni decenni si parla di “ecoansia”, di solastalgia, di “dolore ecologico”, fenomeni sempre più diffusi. È l’ambito della psicoterratica, espressione con cui Glenn Albrecht descrive i disturbi psichici legati allo stato di salute della terra in seguito ai cambiamenti climatici.

Se la solastalgia è il dolore nostalgico, il senso di perdita che proviamo per un ambiente nel quale pure ancora viviamo ma che è stato violato, distrutto, sacrificato, l’ecoansia è la paura persistente che si verifichi un disastro ambientale, paura innescata da minacce reali come eventi a cui si è assistito direttamente o indirettamente.

Ma un costrutto più recente – quello di lutto ecologico – illumina con particolare forza il micelio di connessioni tra umano e non umano, rivelando ancora una volta come la nostra relazione con il mondo naturale sia specchio del rapporto che abbiamo con noi stessi. Una leggenda messicana ci aiuta a raccontarlo:

La leggenda di Popocatepetl e Iztaccíhuatl

Migliaia di anni fa, quando l’impero azteco dominava la Valle del Messico esigendo tributi dalle città sottomesse, il capo dei Tlaxcaltecas, acerrimi nemici degli aztechi, decise di dichiarare loro guerra per riconquistare la libertà del proprio popolo. Tlaxcaltecas aveva una bellissima figlia, Iztaccihuatl, che era innamorata di uno dei soldati più valorosi del padre: Popocatepetl. Prima di partire per combattere, il giovane chiese al re la mano della principessa e questi rispose che avrebbe acconsentito al matrimonio se il guerriero fosse tornato vittorioso dalla battaglia. Popocatepetl partì portando con sé il pensiero dell’amata che attendeva il suo ritorno.

Ma in sua assenza un rivale geloso raccontò alla principessa che il giovane era morto durante i combattimenti. La principessa Iztaccihuatl fu così affranta che ne morì, ingannata dalla terribile menzogna. Quando Popocatepetl tornò, vincitore e impaziente di rivedere l’amata, seppe quello che era accaduto. Disperato vagò per giorni e notti evocando la principessa, poi, determinato a far sì che il suo nome non fosse dimenticato, ordinò che undici colline venissero unite per costruire una tomba grande come una montagna. Quindi prese tra le braccia il corpo di Iztaccihuatl e ve lo adagiò sopra, si inginocchiò e rimase così, chino su di lei con una torcia fumante in pugno, a vegliarla per l’eternità. Col passare del tempo la neve ricoprì i loro corpi formando due enormi vulcani uniti per sempre.

Il Popocatepetl in passato

La leggenda di Popocatepetl e Iztaccíhuatl è stata tramandata di generazione in generazione fin dai tempi dell’Impero Azteco. È parte integrante del dna simbolico-narrativo dei messicani, che ancora oggi possono vedere i due amanti nel profilo dei vulcani che dominano la Valle del Messico. Le cime di Iztaccihuatl ricordano la testa, il petto, le ginocchia e i piedi di una donna addormentata: ben 18 ghiacciai sono stati la coperta di neve che per secoli l’ha rivestita insieme all’amato.

Ma nel 2021 uno degli ultimi lembi di coperta – il ghiacciao Ayoloco – è stato dichiarato estinto: un gruppo di scienziati è salito in quota e vi ha lasciato una targa commemorativa:

Alle generazioni future: un tempo qui c’era il ghiacciaio Ayoloco, ritiratosi progressivamente fino a scomparire nel 2018. Nei decenni a venire, i ghiacciai messicani sono destinati inevitabilmente a scomparire. Questa targa viene apposta qui come prova del fatto che siamo coscienti di ciò che stava accadendo e di cosa avremmo dovuto fare. Soltanto voi potrete dire se saremo stati in grado di farlo”.

Foto di María Paula Martínez per la Dirección General de Comunicación Social de la Universidad Nacional Autónoma de México

Non è il primo rituale funebre per un ghiacciaio: nel 2019 due analoghe cerimonie d’addio sono state organizzate alle pendici dell’Okjökull in Islanda e del Pizol in Svizzera. Qui, il ghiacciaio si è talmente ridotto che non verrà più misurato. “Si richiede l’abito da lutto”, hanno scritto gli organizzatori nell’invito, per ribadire il valore simbolico dell’evento.

Un funerale per un ghiacciaio moribondo. Un rito d’addio per un bosco tagliato. Una cerimonia funebre per una specie d’uccello che non tornerà più a sorvolare i tetti della città. Nel leggere notizie come queste, qualcosa nel profondo si pacifica… qualcosa che sa di speranza. Il perché di questo senso di riconciliazione l’ho compreso leggendo alcuni studi di Marzia Varutti, una museologa che lavora presso il Centro di Scienze Affettive dell’Università di Ginevra e che si è appassionata all’interazione tra emozioni ed ecologia. Questo l’ha portata ad esplorare temi come il dolore ecologico e il lutto per le perdite ambientali.

La ricerca

E perché è pacificante sapere che, da qualche parte, qualcuno che nemmeno conosciamo esprime e condivide il dolore per una perdita “non umana”?

Spoiler: perché dà voce ad una spinta innata che solo se riconosciuta ci tiene vivi ed emotivamente sani. La spinta a creare legami, a sentire dolore quando si spezzano e a trovare nella comunità il supporto per dare senso alla perdita. Da questa prospettiva, la morte di un bosco ci chiama (ci dovrebbe chiamare?) al lutto non diversamente dalla morte di una persona amata. Le ricerche evidenziano che questo vale particolarmente per quei gruppi umani che vivono più a contatto con la natura e dunque ne patiscono maggiormente la perdita, ad esempio a seguito di catastrofi ambientali: agricoltori, ambientalisti, ma soprattutto popoli indigeni che nel mondo naturale hanno non solo la propria fonte di sopravvivenza ma anche la propria matrice simbolica e di valori.

Eppure, spiega la studiosa, ci sono degli ostacoli ben precisi per cui la gran parte delle persone non riconosce o non esprime pubblicamente le emozioni legate al declino ecologico. Non accede cioè alla condizione di lutto ecologico, che è stato definito come “il dolore provato in relazione a perdite ecologiche sperimentate o previste, inclusa la perdita di specie, ecosistemi e paesaggi significativi a causa di cambiamenti ambientali acuti o cronici”.3

Gli ostacoli sono:

Percettivi

Il degrado ecologico è un’emorragia per lo più silenziosa, uno svanire di animali e piante che spesso non sono mai riusciti a penetrare la nostra attenzione, se non per improvvise finestre di consapevolezza quando i media riportano eventi estremi. Le nostre risposte emotive (o la loro assenza) dipendono dalla capacità di stabilire una relazione con ciò che stiamo perdendo, ma se non rileviamo quello che stiamo perdendo difficilmente potremo sentirci in lutto. Può aiutare – secondo gli ecologisti – rendere certe situazioni più facilmente individuabili, ad esempio raccontando la storia di quel particolare bosco o dando un nome ad un animale in via di estinzione. Individuazione e denominazione sono due modi per far sentire le persone più coinvolte emotivamente e rendere quindi più accessibile il lutto.

Cognitivi

“Proviamo dolore solo per ciò che conosciamo”, avvertiva il filosofo ecologista Aldo Leopold già negli anni ‘50. Come possiamo provare dolore e sentire la perdita di una biodiversità di cui non sappiamo quasi nulla? La mancanza di conoscenza della straordinaria complessità degli ecosistemi ci impedisce di comprendere pienamente gli effetti della crisi ecologica e d’altra parte gli stessi scienziati con la loro vastissima conoscenza riconoscono che è impossibile valutare l’entità di tale perdita. Un po’ come se cominciassero a scomparire intere biblioteche e tutto il sapere che contengono: di fronte all’impensabile, l’istinto è quello di ritirarsi dal problema, così come faremmo trovandoci sull’orlo di un abisso.

La perdita ecologica colpisce anche ambiti che non verrebbe in mente di associarvi direttamente, ad esempio quello culturale e linguistico: le lingue si stanno lentamente impoverendo di quelle parole che nominano specie animali o botaniche scomparse, e che in passato erano parte integrante del patrimonio culturale di ogni popolo. Come ci cambierà questo? Come cambieremo noi e come cambierà la nostra relazione con il mondo, venendo meno le parole per raccontarla?

Emotivi

Anche se siamo capaci di grande connessione emotiva con i non umani, quando manca un coinvolgimento diretto o continuativo questo legame si affievolisce o tende ad essere molto selettivo: ci sentiamo connessi al nostro animale domestico ma non alla fauna selvatica, ci commuoviamo per un paesaggio durante una passeggiata ma al rientro a casa l’emozione svanisce. Più i non umani sono percepiti come distanti o ostili – come certi ambienti naturali, ad esempio i deserti – meno forte è il legame emotivo che sentiamo; dunque non tutte le perdite ecologiche generano (lo stesso) dolore.

Inoltre, “emozioni antropoceniche6 come tristezza, rabbia o senso di colpa ci espongono ad un’ambivalenza che può sfociare in una sorta di “malinconia ambientale”, per cui anche chi ha a cuore il benessere degli ecosistemi invece di tradurre la preoccupazione in azione si paralizza. A motivare le deboli reazioni emotive alle vicende del pianeta potrebbe essere anche un fenomeno che in ambito sanitario è noto come “fatica della compassione” (compassion fatigue): la continua sovraesposizione allo stress di dover costantemente fornire assistenza porta al distacco e all’indifferenza.

L’emozione ci fa sentire più vulnerabili. Soffermarci sul dolore per la perdita significa soffermarci in uno stato di vulnerabilità e incertezza che mette in crisi le nostre convinzioni sull’indipendenza e il controllo. Il lutto ci rivela quanto siamo emotivamente legati agli altri: ci vuole una grande maturità emotiva per accettarlo. Come fa notare la filosofa Judith Butler:

Scarsità di rituali per la perdita ecologica

Tutte le culture del mondo prevedono dei rituali per celebrare la scomparsa di un membro della comunità – veglie, funerali, necrologi – che aiutano a dare un senso condiviso alla perdita. Ma – mostrano gli studi di antropologia – soprattutto i paesi del Nord del mondo tendono ad evitare l’esposizione alla morte e a ridurre al minimo le manifestazioni pubbliche di dolore, rinviandole ad una dimensione più privata.

Quando poi si tratta di perdite non umane il problema è ancora più complesso: “Come si può elaborare il lutto in mezzo ad una cultura che trova quasi impossibile riconoscere il valore di ciò che è stato perso?”.8 E come gestiamo le perdite ecologiche se non abbiamo il linguaggio rituale e le forme simboliche per piangerle? Abbiamo prove quotidiane della perdita ambientale e nessun luogo in cui viverla come una perdita. Per questo i funerali ai ghiacciai sono eventi importanti, perché danno forma ad un apparato rituale che consente di alleviare il dolore, risolvere il senso di colpa e favorire l’attivismo ambientale. E questo è l’elemento cruciale a cui Marzia Varutti vuole arrivare. Ma come?

La politica del lutto

Decidere cosa sia e cosa non sia degno di lutto non è solo una questione concettuale, è un atto politico. L’invisibilità del dolore ecologico come fenomeno politico rischia di far ricadere sul singolo tutta la responsabilità e la gestione della perdita, presentandole come un problema di resilienza emotiva individuale. Così i sentimenti di colpa per una minaccia globale e sistemica vengono codificati come un fatto di salute mentale individuale invece che come tema politico fondamentale per il collettivo, e il dolore che proviamo per la perdita ecologica rimane individualizzato.

Il lutto pubblico e comunitario può ricollocare la risposta emotiva nello scenario sociale e politico e diventare uno strumento potente per passare dalla disperazione all’azione, anche civile e politica. “Il lutto per una perdita ecologica equivale ad un atto di impegno pubblico, esprime la volontà di riconoscere e assumersi la responsabilità della perdita”, rinforza la studiosa.

Come riuscirci allora? Sviluppando delle competenze ecologiche. Che non sono nuovi modelli di comportamento ambientale da apprendere, sono capacità che già possediamo e che vanno orientate verso il mondo non umano, in una relazione finalmente paritaria. Tra queste l’intimità, intesa come capacità e volontà di creare le condizioni per la vicinanza e la connessione. Antidoto agli ostacoli percettivi già visti, al distacco e all’indifferenza, l’intimità poggia sull’attenzione, la curiosità, la fiducia: è volgerci con tutti i nostri sensi a cercare di comprendere un evento e le sue dinamiche micro e macro.

Anche la flessibilità mentale è fondamentale in una crisi ecologica che potrebbe non concederci il tempo di cambiare gradualmente le nostre abitudini. Potremmo dover abbracciare un pensiero radicale in grado di apportare grandi cambiamenti in una sequenza rapida che richiede mente aperta e atteggiamento flessibile, oltre che la prontezza di agire in modo collaborativo.

Saperci approcciare ai problemi con soluzioni nuove e originali sarà fondamentale, ecco perché servirà tutta la creatività possibile; e dovremo essere creativi anche nell’ideare modi per elaborare il lutto per le perdite non umane, per forgiare nuovi vocabolari sociali, culturali e politici in grado di esprimerne il valore. Ad esempio dando un nome ad un animale, ad una pianta o ad un paesaggio per favorirne il riconoscimento e di conseguenza il lutto, come abbiamo già visto. L’airone cenerino in famiglia è Ronny per tutti. Sappiamo dove sosta, come attende immobile un guizzo nel fiume per infilzare i pesci con il lungo becco. Dopo un po’ che non lo vediamo ci chiediamo che fine abbia fatto, se sia ancora in città, come faremmo con un conoscente che non sentiamo da un po’.

Perché Marzia Varutti insiste sulle emozioni, affermando che la crisi ecologica è in fondo una crisi di emozioni? Perché le risposte emotive fanno la differenza tra la consapevolezza ecologica e una propensione all’azione pro-ambientale da una parte, e l’indifferenza o la negazione dall’altra. Non soffrire per le perdite ecologiche è un atto attivo di derealizzazione dell’Altro: non piangendo il non umano neghiamo la relazione con esso.10

Dunque “l’incapacità di elaborare un lutto non è semplicemente l’indicatore di una perdita di empatia per l’ambiente, ma della perdita di relazioni di parentela, di significato sociale in generale. Dobbiamo piangere tutte le perdite e dobbiamo piangere anche per ciò che sta per essere perso, perché ciò che non sappiamo è perso; per gli ecosistemi di cui non abbiamo mai saputo l’esistenza o di cui non ci siamo mai preoccupati di conoscere l’esistenza”.11

Qualsiasi visione del futuro che aspiri ad essere etica – conclude Marzia Varutti – deve partire dall’osservare con chiarezza la perdita ecologica che abbiamo causato: riconoscendola, rendendole omaggio e sentendola – in breve, elaborando il lutto. Questi atti diventano allora esemplari, offrono un modello di comportamento alternativo alla disperazione e all’indifferenza, basato invece sulla testimonianza e l’assunzione di responsabilità. Di più, creano “comunità affettive”12che possono portare conforto e guarigione e supportare azioni pro-ambientali e trasformazioni etiche.

E dunque nel pianeta.

Aho Mitakuye Oyasin…. Tutte le mie relazioni. Vi onoro in questo ciclo di vita con me oggi.

Sono grato per questa opportunità di riconoscervi in questa preghiera.
Per il Creatore, per il dono supremo della vita, io ti ringrazio.
Per il popolo minerale che hai costruito e mantenuto le mie ossa e tutto il progetto per la mia esperienza di vita, io ti ringrazio.
Per il popolo floreale che sostieni i miei organi e il mio corpo e mi dai le erbe curative in caso di malattia, io ti ringrazio.
Per il popolo animale che mi nutri dalla tua stessa carne e offri la tua compagnia fedele in questo cammino di vita, io ti ringrazio.
Per il popolo umano che condivide il mio percorso come una sola anima sulla sacra ruota della vita terrena, io ti ringrazio.
Per il popolo Spirituale che mi guida invisibile attraverso gli alti e bassi della vita e per portare la fiaccola della luce attraverso i secoli, io ti ringrazio.
Per i quattro venti di cambiamento e di crescita, io vi ringrazio.
Siete tutti le mie relazioni, i miei parenti, senza i quali non sarei vivo. Siamo nel ciclo della vita insieme, co-esistenti, co-dipendenti, co-creando il nostro destino. L’uno, non meno importante dell’altro. Un popolo che si evolve dall’altro e tuttavia ognuno è dipendente da quello appena sopra e da quello appena sotto. Tutti noi siamo parte del Grande Mistero.
Grazie per questa vita.

Preghiera Lakota

Mycelica®


1 Thich Nhat Hanh, L’unica nostra arma è la pace, Mondadori 2005

2 Network in Canadian History & Environment, https://niche-canada.org/2023/05/09/anthropocenic-emotions/

3 Cunsolo A., Ellis NR., Ecological grief as a mental health response to climate change-related loss, Nature Climate Change, Vol 8, april 2018, 275–281

4 Varutti M., Claiming ecological grief: Why are we not mourning (more and more publicly) for ecological destruction? Ambio, 2024 Apr, doi.org/10.1007/s13280-023-01962-w

5   Network in Canadian History & Environment, https://niche-canada.org/2023/05/09/anthropocenic-emotions/

6 “Le emozioni antropoceniche sono quelle che proviamo in relazione alla crisi ecologica. Le emozioni antropoceniche si riferiscono all’ampio spettro di emozioni (avidità, disperazione, dolore, rabbia, senso di colpa, ansia, ma anche speranza, stupore e meraviglia…) generate dalle relazioni ecologiche, ovvero dall’essere in relazione con il pianeta”. Varutti M., Anthropocenic Emotions

7 Butler J., Vite precarie: i poteri del lutto e della violenza, Londra, Verso 2013

8 Mortimer-Sandilands, C. 2010. Melancholy Natures Queer Ecologies. In Queer Ecologies: Sex, Nature, Politics, Desire, ed. C. Mortimer Sandilands and B. Erickson, 331–358. Bloomington, IN: Indiana University Press.

9 Butler, J. 2009. Frames of War: When is Life grievable? London, Verso

10 Butler, ibidem

11 Braun, S. 2017. Mourning Ourselves and/as Our Relatives. In Mourning Nature, ed. A. Cunsolo and K. Landman, 64–91. Montreal: McGill Queen’s University Press

12 Zink, Veronika. 2019. ‘Affective Communities’. In Affective Societies, 289–99. Routledge.

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