Mi è venuta l’ecoansia!

All’inizio non è vera e propria paura, solo una leggera inquietudine.
Si insinua mentre le notizie sul clima sfilano in televisione, quando un’estate dura più a lungo del solito o un paesaggio familiare cambia volto. È una preoccupazione sottile, quasi educata, sottopelle. Non paralizza, non urla, quasi dubita di se stessa.

Molti la trasformano in azione: cambiano abitudini, si documentano, prestano più cura agli ambienti naturali con cui vengono abitualmente a contatto. Riducono alcuni consumi, coltivano un orto.

Ma l’inquietudine può assumere una portata diversa. Per molti, le immagini di incendi, alluvioni, specie che scompaiono, cominciano a farsi più cupe, battenti, drammatiche. Il mondo lì fuori, il futuro stesso non appare più come spazio sicuro e percorribile ma come luogo alieno e angoscioso. Il legame tra sé e il mondo comincia a dolere come farebbe una parte del corpo: la preoccupazione è diventata ansia.

Potrebbe essere diversamente? Se, come suggeriva Félix Guattari (Guattari, 1989), la sofferenza psichica, quella sociale e quella ambientale sono intrecciate, e se ignorarne una rende mute anche le altre, l’eco-ansia non è un errore del sentire ma il segno di una risonanza profonda: la psiche reagisce alla destabilizzazione degli ecosistemi di cui è parte.

Se l’ecopreoccupazione segnala che qualcosa nel rapporto con il mondo naturale non è più come prima (Van der Linden, 2015), l’ecoansia straripa oltre la soglia tra malessere funzionale e invalidante, gestibile e ingestibile, tra senso e non-senso. Non è solo paura di ciò che accadrà, ma anche dolore per ciò che si sta già perdendo. Un dolore che prende il nome di solastalgia: la sofferenza di vedere deperire i luoghi a cui si è più legati (Albrecht et al., 2007). Su questa soglia, mondo esterno e interno coincidono: la crisi ecologica è una crisi del senso di continuità, di identità, di fiducia nel futuro.

Vogliamo comprendere meglio, da una prospettiva ecosofica, il riflesso che la crisi ecologica ha su di noi. Perchè le nostre reazioni emotive a volte favoriscano, altre inibiscano comportamenti utili ad affrontare i cambiamenti che ci preoccupano.

Così, dopo aver letto le ricerche più recenti di psicologia ambientale, ci siamo interrogate sul nostro vissuto. Due domande ci sembrano particolarmente importanti: “Cosa fa sì che l’ecopreoccupazione degeneri in ecoansia?” e, specularmente: “In che modo le mareggiate dell’angoscia ambientale possono rientrare nelle sponde di una più gestibile, utile ecopreoccupazione?”

Partiamo dagli studi.

Le ricerche dicono che le nostre reazioni ai temi ambientali non seguono un’unica traiettoria. Possono attenuarsi, riemergere, trasformarsi a seconda dei contesti, delle relazioni e delle possibilità di dare senso all’esperienza (Berry et al., 2010). In alcuni casi l’eco-ansia resta isolata e diventa peso. In altri, quando trova parole, comunità e riconoscimento, può mutare forma e farsi lutto condiviso, responsabilità, desiderio di cura, cambiamento. Pihkala parla di climate emotions come di un processo, non di uno stato fisso; di emozioni che chiedono di essere ascoltate, non eliminate (Pihkala, 2022).

La letteratura recente distribuisce tali reazioni lungo un continuum che va dalla ecopreoccupazione (eco-worry) fino a forme intense di ecoansia (eco-anxiety), includendo emozioni “imparentate” come il dolore ecologico (ecological grief), la solastalgia e il distress climatico (Clayton, 2020; Pihkala, 2022). Questa scelta supera finalmente la lettura dicotomica (reazioni normali vs reazioni patologiche) e sottolinea la gradualità, la variabilità e la reversibilità delle risposte emotive alla crisi ecologica.

Ad un estremo abbiamo dunque l’ecopreoccupazione: una tensione consapevole, che riconosce la gravità della situazione ambientale ma non precipita nel pessimismo, aperta a proattiva verso un cambiamento possibile. All’altro estremo l’ecoansia: una paura spesso paralizzante legata alla crisi ambientale e alle prospettive future percepite come catastrofiche.

Se l’ansia comporta spesso un ripiegamento su di sé e sul proprio malessere, la preoccupazione permette ancora una qualche forma di azione orientata: da vittime bloccate nell’impotenza a soggetti intenzionati a scegliere come rispondere individualmente e collettivamente. Dove l’ecoansia paralizza e chiude, l’ecopreoccupazione può coesistere con lo slancio verso una “resistenza” che trasforma paura e impotenza in cura, impegno e consapevolezza.

L’ecopreoccupazione è la forma più diffusa di risposta e la più adattiva, una sorta di segnale di allarme e motore motivazionale. Diversi studi mostrano che la climate worry è più fortemente correlata all’azione per l’ambiente rispetto alle forme più intense di ansia (Van der Linden, 2015; Böhm et al., 2023). Man mano che la minaccia ecologica diventa più pervasiva subentrano la paura e il senso di perdita di controllo in relazione al futuro. Se l’ecoansia non è di per sé patologica (Clayton 2020), diventa problematica quando compromette il “funzionamento” quotidiano di una persona, la sua capacità di dedicarsi al lavoro, allo studio, alle relazioni sociali, nonchè la sua autonomia personale (Hogg et al., 2022).

Verso un cambio di paradigma

Da una prospettiva ecosofica, l’incremento di intensità emotiva è il segno di una risonanza profonda tra la psiche e la destabilizzazione degli ecosistemi: l’ecoansia segnala che si sta aprendo una frattura nella continuità tra soggetto e mondo, tra l’abitare e il sentirsi a casa.

Facciamo caso a come cambia: intendere la preoccupazione e l’ansia come deviazioni da normalizzare o come forme di sensibilità ecologica, potenzialmente trasformative se riconosciute, elaborate e sostenute collettivamente. Il problema allora non è l’esistenza di queste emozioni, ma l’assenza di spazi culturali, sociali e simbolici in cui possano essere integrate e orientate verso pratiche di cura.

L’ecoansia è considerata a tutti gli effetti un disturbo d’ansia e come tale, nei paesi in cui è già diffusa, viene trattata con psicofarmaci per sedare i sintomi che impediscono alla persona di dormire, lavorare, uscire di casa. Reprimere l’ecoansia vuol dire però zittire il segnale di un conflitto profondo fra la nostra sensibilità e i bisogni di sicurezza e appartenenza da una parte, e la brutalità del sistema dominante dall’altra: quello dello sfruttamento, del consumo, dell’alienazione dalla vita. Abbiamo bisogno di trasformarla da sofferenza isolata in tensione consapevole e condivisa, perché solo in questa il legame tra umanità e biosfera può rianimarsi.

Questo è in linea con lo sforzo di uscire dalla prospettiva antropocentrica che considera la natura solo come risorsa da usare, e di far comprendere che benessere individuale e benessere della Terra e del suo ecosistema non sono semplicemente collegati: sono la stessa cosa.


Inciso di passaggio.

Sentivamo il bisogno di una nuova etichetta diagnostica?
Se servirà solo ad avvallare psico– e farmaco–logie ad hoc per riportare quanto prima gli ecoansiosi nelle condizioni di produrre e consumare, curandoli come se l’ecoansia fosse un difetto del funzionamento individuale, avremo perso l’ennesima buona occasione. Se sarà il volano per mirare sempre di più e sempre meglio nella riscrittura politica, economica e ambientale del nostro modo di vivere, l’avremo usata bene.


Ma lo scelgo io se avere l’ecoansia o l’ecopreoccupazione?

In senso stretto non scegliamo ciò che proviamo. L’eco-ansia, così come ogni forma di ansia, non dipende da una decisione o da un atto volontario, è una risposta emotiva e corporea a una percezione di minaccia: il collasso ecologico, climatico e sociale. Possiamo però modulare questa reazione, comprenderne il senso nel nostro contesto di vita e provare ad elaborarla.

L’ecoansia tende a svilupparsi quando

• il problema è percepito come sovrastante, incontrollabile e fuori dal nostro potere d’azione;

• ci sentiamo spettatori o vittime, separati dalla natura;

• aderiamo ad una narrazione catastrofista, frammentata, che scoraggia ogni possibilità di azione;

• la responsabilità è vissuta come colpa individuale.

Alcune di queste reazioni dipendono fortemente dal linguaggio con cui i media, le campagne ambientaliste, i progetti educativi ecc. affrontano i temi ecologici. Ce ne siamo occupate in particolare nell’articolo su econarrativa e felicità ecologica.

L’ecopreoccupazione, invece, è più frequente quando

• riconosciamo la gravità della crisi senza negarla ma la integriamo in una visione più ampia;

• ci percepiamo come parte della rete della vita;

• riusciamo a trasformare la paura in attenzione vigile, in cura;

• sentiamo che, pur non potendo salvare il mondo, possiamo abitarlo in modo diverso.

Se l’ecoansia ci ricorda quanto siamo legati alla vita, l’ecopreoccupazione ci spinge a prendercene cura. Altrimenti detto: l’ansia può trovare sostegno in un approccio condiviso al problema e dunque alle soluzioni. Non dimentichiamo il suo messaggio: qualcosa di essenziale è minacciato e noi siamo ancora sensibili, ancora capaci di sentirlo.

Cosa posso fare concretamente?

“Avere consapevolezza dei cambiamenti climatici senza acquisire gli strumenti per far fronte alle emozioni che accompagnano questa conoscenza può portare alla disperazione”1 (M. Ojala)

Se L’ecoansia non è malattia ma segnale, l’ecopreoccupazione è la risposta. Si tratta di un salto concettuale oltre che pragmatico e per farlo abbiamo bisogno di:

  • Dare dignità all’emozione. Smettere di considerare l’eco-ansia come una debolezza individuale e iniziare a vederla come una risposta sana a un mondo malato. Questo riduce il senso di isolamento e vergogna per le nostre reazioni.
  • Muoverci dalla paralisi verso la relazione. Condividere ciò che sentiamo, partecipare a spazi di riflessione su temi ambientali, essere parte di comunità anche piccole. La crisi è collettiva e non può essere portata da soli. L’ansia isola e l’isolamento alimenta l’ansia: il contatto umano invece ci tira fuori dall’angoscia (che conosce solo l’attacco, la fuga o la paralisi), ricollocandoci nell’area della sicurezza dove è possibile riflettere, creare, agire in modo finalizzato.
  • Radicarci nel corpo e nel presente. L’eco-ansia si alimenta del futuro immaginato. Pratiche corporee, contatto con la natura, lentezza e ritualità ci riportano nel qui ed ora dove l’azione è realistica, misurabile, possibile.
  • Trasformare il “fare abbastanza” nel “fare in coerenza”. Aspirare alla perfezione non aiuta, è più ecologico – quindi sostenibile nel tempo – maturare una sufficiente coerenza, definibile forse come un senso di allineamento dinamico tra azioni e valori, tra limiti e possibilità – personali e sistemiche.
  • Trasformare la domanda “Come faccio a non sentire più questa paura?” in “Come posso prendermi cura di ciò che amo, nonostante questa paura?” Questo passaggio è profondamente ecosofico: sposta il centro dall’ego alla connessione.

È chiaro a questo punto che l’ecosofia ci invita ad una trasformazione radicale: non semplici “buone azioni ambientali”, ma un cambio di paradigma ontologico ed etico. Vivere ecosoficamente significa integrare mente, cuore e azione, con responsabilità verso noi stessi, gli altri e la Terra. È un cammino di consapevolezza, empatia e azione concreta che trasforma la paura in cura, la solitudine in condivisione e la crisi in cambiamento. Ma come farlo, nel concreto?

Alcune azioni possono aiutarci:

• Rivedere i nostri stili di vita a cominciare da quanto e come consumiamo. Che effetto ci fa l’idea di praticare la sobrietà? Di adeguare i nostri comportamenti al rispetto per la biodiversità, alla reciprocità? Una tale revisione non può che seguire tempi e modi diversi per ciascuno: mettere mano alle nostre abitudini – zone di confort a tutti gli effetti – richiede tempo, gradualità e soluzioni altamente personalizzate. Più ci costa, maggiore cioè è la percezione di sacrificio (ad es. nell’eliminare alcuni alimenti dalla propria dieta), più il cambiamento rischia di arenarsi. Per uscire da certe abitudini (tradizioni, attaccamenti…) serve una spinta proporzionale alla forza che ci lega a queste. Da dove può venirci? Da un grande investimento emotivo, da un ideale forte, da un radicale atto di volontà: siamo tutti diversi.

• Coltivare comunità e relazioni: l’ecosofia non è isolazionista. Abbraccia l’idea che siamo parte di un Tutto. Questo implica solidarietà, cooperazione, “ecologia sociale”, “permacultura umana”. Gruppi di acquisto solidale, cerchi che celebrano i passaggi stagionali, associazioni per la tutela del territorio, comitati cittadini, canali social: le possibilità di sentirsi parte del movimento di risveglio ecosofico sono sempre più diffuse.

• Riconoscere che il “sé” non è separato dall’ambiente: la salute psicologica, dove viviamo, come viviamo, tutto è interconnesso. La salute della mente non è altro da quella del corpo che non è altro da quella dell’ambiente e della comunità. Anche il paradigma medico sta riconoscendo e attestandosi su questa evidenza. L’epigenetica ha riconosciuto l’importanza fondamentale dell’ambiente nell’attivazione dei geni, e “ambiente” è tutto ciò con cui veniamo in contatto: relazioni, eventi, mondo naturale e non.

• Ricordare che la crisi è l’inizio del cambiamento: come qualunque altro sintomo, l’eco-ansia è grido di allarme ma anche scintilla di consapevolezza. Mettiamo pure in conto che ci sia una fase di indecisione e disorientamento mentre cerchiamo di leggere la complessità del fenomeno e di trovare nuove vie da percorrere. Di nuovo, la condivisione può aiutarci a sopportare la tensione creativa finché ci sembra che nulla ancora cambi.

Bastano questi pochi punti per renderci conto che adottare un approccio ecosofico non è automatico né semplice; può aiutarci tenere presente questi altri aspetti:

• Il rischio di auto-isolamento eidealismo: un idea(le)del Sé ecologico troppo rigido può sfociare in una fuga dalla realtà politica, sociale, economica; o, per reazione, compensare nella deresponsabilizzazione: “Non mi riguarda“.

• La filosofia da sola non basta. Serve contrastare l’illegalismo e lo sfruttamento globale, cambiare strutture economiche e sociali, le modalità di produzione, consumo, giustizia. Sapere che le nostre scelte d’acquisto incidono sugli equilibri economici può sostenerci nello sforzo di modificare alcune delle nostre abitudini.

• Inclusività e pluralità. Non esiste una sola ecosofia, l’ecosofia è personale e aperta ad altre culture, altre sensibilità, altre storie.

Tessere parole di cura

Lo spettro che va dall’ecopreoccupazione all’ecoansia può essere raccontato, oltre che nei termini di una scala di gravità, anche come storia del nostro legame con la Terra che cambia. Una scelta congeniale all’ecosofia: un racconto che parla di perdita, sì, ma anche della capacità umana di sentire, rispondere e immaginare nuove forme di abitare il mondo. Cominciando dalle parole.

“Quando mi accorgo di essere in preda a quest’ansia, la prima cosa che faccio è smettere di lottare contro ciò che sento. Mi aiutano in questo gli anni di pratiche meditative e un lungo, lunghissimo lavoro di autovalidazione dei vissuti. Osservo la tendenza della mente a evocare scenari drammatici, persino più drammatici di quelli attuali; ma non cerco nemmeno di convincermi che “andrà tutto bene” o di anestetizzarmi. Non è facile. Riconosco che la mia inquietudine nasce da un legame profondo con la vita e con la Terra e validarla è di importanza vitale per me: non solo ha motivo e dignità di esistere, ma così può divenire qualcosa di utile”.

“Esco dall’ecoansia quando torno al corpo e alla realtà concreta. Cammino nella natura, anche solo per pochi minuti. Osservo una pianta, un animale, il cielo. Questo mi ricorda che la vita non è un’idea, un’astrazione, ma un processo che accade ora e di cui faccio parte”.

“Coltivo pratiche di sobrietà consapevole: mangiare in modo semplice, scegliere con cura cosa acquistare, ridurre ciò che è superfluo. Non lo vivo come sacrificio ma come gesto di allineamento. Ho bisogno di sentire coerenza – non perfetta, non rigida – tra ciò che sento, ciò che penso e ciò che faccio”.

“Scrivo. Metto per iscritto le mie paure, ma anche le mie gratitudini. Questo mi aiuta a trasformare l’angoscia in parola e la parola in senso”.

“Cerco il dialogo. Parlare con altre persone sensibili, che non negano la crisi ma non ne sono schiacciate, mi permette di uscire dalla solitudine emotiva e di ricordare che la trasformazione è reale solo se è collettiva”.

“Cerco strumenti per abitare la complessità sempre meglio. Mi ripeto che l’esistenza comprende il caos, la disarmonia, il dolore, l’ombra. Che la crisi ecologica attraversa più livelli (economico, sociale, culturale…) e che forse possiamo solo tendere verso la soluzione senza mai arrivare ad afferrarla del tutto. Ma questa tensione può fare una grandissima differenza. Per le generazioni future, per molte specie animali, per i popoli indigeni”.

“Sinceramente: mi concedo momenti di disfattismo. Lascio che accadano come durante una lunga battaglia, o una malattia difficile, accadono i crolli, la perdita di speranza, la stanchezza. Mi concedo allora di pensare amaramente che meritiamo l’estinzione; che anche se arriveremo a distruggere completamente il pianeta, la natura ricomincerà sempre, anche senza di noi umani. Non mi giudico per il fatto di pensarlo. E forse anche grazie a questo, per la maggior parte del tempo coltivo invece una forma di “fiducia non ingenua”: non la fiducia che “tutto si aggiusterà”, ma che posso scegliere come stare nel mondo, sempre, anche in tempi difficili”.


1 M. Ojala, How do children cope with global climate change? Coping strategies, engagement, and well-being, in «Journal of Environmental Psychology» 32, 2012b. Fonte: L’eco-ansia: una nuova forma di malessere, soprattutto giovanile, La Ricerca, marzo 2023

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