Di animali, salute e popoli indigeni

Il testo si basa sulla ricerca di McGinnis A, Tesarek Kincaid A, Barrett MJ, Ham C. Strengthening Animal-Human Relationships as a Doorway to Indigenous Holistic Wellness. Ecopsychology. 2019 Sep 1, tradotta da Mycelica e riadattata al format narrativo del sito. Dove non diversamente specificato, le parti virgolettate sono citazioni dalla ricerca.


Le parole-chiave di questa storia, e della ricerca cui si ispira, sono: “animali”, “salute degli indigeni” e “narrazione”. E un po’ alla volta capiremo che cosa le lega.

Siamo in Canada, in una provincia che prende il nome da uno dei fiumi più importanti della regione: Saskatchewan, “il fiume che scorre veloce”, che nasce sulle Montagne Rocciose. Con la colonizzazione dell’area da parte di francesi e inglesi, vennero tirate quattro linee rette attraverso foreste di betulle, grandi praterie, montagne e dune sabbiose, dando forma ad un quadrilatero di oltre 650000 chilometri quadrati. Naturalmente l’arrivo degli europei non si limitò a disegnare topografie prima insesistenti: le comunità native che vivevano lì da generazioni furono in parte sterminate, in parte private della terra e della libertà, costrette in riserve e sradicate dalle loro tradizioni.

Il peso che tutto questo ha avuto e continua ad avere sulla salute fisica e mentale degli indigeni, per un non-indigeno è comprensibile fino ad un certo punto. Per noi, nipoti della rivoluzione industriale e tecnologica, il processo di allontanamento fisico, emotivo e spirituale dalla natura è iniziato talmente tanto tempo fa, che non colleghiamo più il nostro malessere e il disorientamento collettivo a questa cronica, radicale separazione. Invece,

Per la maggior parte dei popoli indigeni, la terra è tutto. Offre loro cibo e riparo, forgia e alimenta le loro lingue, le loro visioni del mondo e la loro stessa identità. È il luogo dove sono sepolti gli antenati e l’eredità da lasciare ai figli. In parole povere, la terra sono loro stessi (…). L’identità di un popolo indigeno è frutto di generazioni di relazioni simbiotiche con l’ambiente circostante. Quando sono sfrattati a forza dalle loro terre, il cambiamento repentino è spesso troppo radicale perché sia accettato razionalmente e sopportato spiritualmente. (Fonte: Survival.it)

Chi oggi si occupa della salute delle comunità indigene lo sa bene. La sofferenza per la separazione dal proprio contesto naturale, la costrizione in stili di vita diametralmente opposti a quelli abituali e tradizionali, la perdità del senso di identità di cui il legame fisico e spirituale con il mondo naturale era parte fondante, hanno portato a tassi altissimi di alcolismo, depressione, suicidi. Anche tra i più giovani.

E qui inizia la nostra storia.

Nel 2019 tre ricercatrici dell’Università di Regina, capoluogo del Saskatchewan, decidono di approfondire un aspetto in particolare del problema. Lavorano già a stretto contatto con la comunità del posto all’interno di programmi appositi per la salute degli indigeni. Una di loro, Angela McGinnis, è una psicologa specializzata nella connessione con la natura da una prospettiva ecologica indigena e pratica terapie decolonizzate che includono gli animali. Anche Adela Tesarek Kincaid si occupa di relazioni tra animali e umani, è specializzata in geografia umana e studia alcune comunità rurali e le loro interazioni con i cavalli che vivono liberi. Mary Jeanne Barrett studia i sistemi di comunicazione intuitiva tra l’uomo e le altre specie viventi e come questi possano trasformare l’educazione ambientale e i progetti per la sostenibilità.

Sanno bene che uno degli effetti più devastanti della colonizzazione è stata la frammentazione delle relazioni tra gli umani e le loro controparti “più che umane” (N.d.A: animali, piante, ambiente naturale…). Da sempre i popoli indigeni considerano gli animali come partner alla pari dentro reti interconnesse, animate da spirito e dalla capacità di agire e comunicare; li considerano sacri e utilizzano i loro doni nei contesti tradizionali di guarigione.

Dunque c’è un problema di fondo: i trattamenti sanitari forniti alla comunità indigena si basano su una visione eurocentrica e individualistica della salute e della malattia, dove cioè la persona viene diagnosticata e curata senza considerare le sue interconnessioni con il mondo naturale. Connessioni che invece per un indigeno sono fondamentali per l’identità personale, per il senso di appartenenza ad una tradizione condivisa e per la salute.

Relazioni forti e sane tra esseri umani e più che umani sono state a lungo comprese dai popoli indigeni come fondamentali per raggiungere il mino-bimaadiziwin, la “via di una buona vita” o “il vivere la vita” nel suo senso più pieno, liberi da malattie e sfortune”.

Come può essere efficace un approccio sanitario al “paziente indigeno” se oltre a trascurare l’effetto patogeno della separazione dall’ambiente naturale ignora le risorse di guarigione rappresentate dalla relazione con la terra e i suoi abitanti – “bipedi, quadrupedi, nuotatori, striscianti e alati in forme sia fisiche che spirituali” – ?

salute dei popoli indigeni tenda

Lo studio

Partendo dal concetto indigeno di tutte le nostre relazioni che ne permea le consuetudini, le preghiere, i rituali, le ricercatrici decidono di realizzare un workshop dove indigeni anziani, adulti e giovani di una comunità rurale della Saskatchewan First Nation1 condividano storie sul ruolo che gli animali hanno per la loro guarigione.

Che cos’hanno in mente? Vogliono creare uno spazio narrativo dove gli anziani ricordino e i giovani apprendano storie di relazioni animale-uomo che sono andate perse con il processo di colonizzazione. Non solo: vogliono rafforzare le relazioni indigeni-animali con pratiche che permettono la comunicazione fisica e spirituale con questi. E con quello che emergerà dal consolidamento di questi legami, creare un modello di benessere indigeno che sia reciprocamente vantaggioso per gli esseri umani e gli animali e che si basi sul concetto di tutte le nostre relazioni.

Le ideatrici del workshop conoscono bene la letteratura sulla ricerca indigena e sanno che perché questa sia efficace ed etica deve essere progettata e condotta in stretta collaborazione con i membri della comunità durante tutte le sue fasi. Non solo: deve essere decolonizzata e dunque tener conto dei modi di conoscere e della visione etica di quella specifica cultura indigena. Così ogni fase dello studio viene concordata, approvata e vissuta insieme: gruppo di ricerca e partecipanti. Il workshop si apre con un’offerta di stoffa e tabacco per chiedere supporto spirituale e una cerimonia della capanna sudatoria cui partecipa tutto il gruppo di ricerca e i responsabili della comunità.

Per alcuni giorni ricercatori, anziani della comunità, adulti, operatori sanitari, educatori, giovani e animali lavorano a stretto contatto. Prima vengono raccolte le storie sulle relazioni tra animali e umani con cerchi di condivisione, narrazioni di gruppo, interviste, ecc; in un secondo momento vengono inclusi alcuni animali che per i partecipanti sono tradizionalmente amplificatori di potente energia curativa.

cavalli e indigeni di Saskatchewan

Storie

Dai racconti emergono i ruoli e l’importanza che gli animali rivestono per una comunità rurale delle Prime Nazioni in Saskatchewan, ma la visione spirituale del mondo che sottende la prospettiva più che umana è profondamente radicata e condivisa tra la maggior parte delle culture indigene. Nelle storie raccolte, gli animali agiscono come messaggeri, fornitori, guide, aiutanti, maestri, protettori e guaritori dei membri della comunità indigena. Non sono ruoli puramente metaforici, presuppongono sensibilità e intenzionalità cosciente da parti di soggetti più che umani le cui azioni sono interconnesse a quelle umane. Gli animali e gli elementi naturali sono intesi come persone, dotati cioè di coscienza, volontà e capacità di azione finalizzata ad uno scopo.

Il loro potere aumenta quando i partecipanti possono interagirvi nei modi propri dalla loro cultura: con cerimonie/preghiere, medicine/offerte tradizionali, sogni/visioni, linguaggio/canzoni e con il coinvolgimento di anziani e custodi della conoscenza tradizionali.

Ecco i ruoli emersi dalle storie:

1) Animali come messaggeri: trasmettono fisicamente e spiritualmente messaggi e informazioni (per via affettivo, visiva o uditiva, onirica, rituale). Può trattarsi di segnali riguardo qualcosa che sta accadendo o sta per accadere, di positivo o negativo. Un animale può arrivare all’improvviso, avvisando qualcuno o portando un messaggio. Qualcuno lo nota perché si comporta in modo strano, altre volte il messaggio viene compreso del tutto solo dopo, con l’aiuto di un Anziano che permette di decifrarlo meglio anche per il futuro. Questi messaggi possono preparare il destinatario del messaggio fisicamente (ad esempio, una tempesta in arrivo) o mentalmente (ad esempio, preparandosi a qualcosa) alleviando il dolore emotivo.

2) Quando gli umani hanno bisogno di aiuto, gli animali possono darlo. Eccoli fornitori di sostentamento, energia, medicina e insegnamenti. Ad esempio, offrono medicine tradizionali e insegnano agli umani dove trovarle (ad esempio, la salvia) dando informazioni su dove trovare piante e altre fonti di cibo. Possono fisicamente o spiritualmente (tramite sogni) condurre al cibo e anche fornire direttamente cibo (ad esempio, tramite la caccia). In circostanze speciali, gli animali sono considerati parte della famiglia ovvero parenti, fratelli o genitori; emotivamente, forniscono compagnia, compassione e conforto.

Sono una donna medicina e molte persone vengono da ogni dove per prendere medicine. E così, un uomo entra e aveva bisogno di un po’ di grasso d’orso. Ne avevo solo un po’ in un piccolo contenitore, solo un po’ di grasso d’orso. Così ho mescolato la sua medicina in metà di quello. E gliel’ho dato, ma mi sentivo così avara, eh. Tipo, “Non posso dartelo tutto perché e se arriva un’emergenza. Devo averne un po’.” E lui disse, “Va bene”, disse. “La prossima volta tornerò, te ne porterò un po’”, disse. Okay, bene. Quindi, abbiamo fatto il nostro scambio, ed è un giorno di [capanna sudatoria]. Entra nella capanna sudatoria, ‘‘Okay orso, gwe´me´´. Ho bisogno del tuo aiuto. Mi hai visto. Sono stato avara. Ho bisogno del tuo aiuto. Ho bisogno del tuo olio, del tuo grasso, per aiutare altre persone. Non posso farcela senza il tuo aiuto. Devi condividere un po’ di te con me.’’ È così che ho pregato. Quindi dopo la capanna sudatoria, torniamo. Circa venti minuti dopo entra la mia ex cognata. Le ho servito il mio tè, e aveva in parte avanzato del cibo della festa. Ha mangiato. Mi ha chiesto, ‘‘Hai bisogno di grasso d’orso?’’ Mi ha detto, ‘‘Hai bisogno di grasso d’orso?’’ E io ho detto, ‘‘Sì, ne ho davvero bisogno!’’ Lei ha detto, ‘‘Ne ho un po’. Che ne dici,’’ ha detto, ‘‘Lo porto, tu lo aggiusti e tieni una parte. Non so come risolvere il grasso d’orso.” . Qui, nel frattempo, stavo solo piangendo, eh. Ringraziando l’orso. Tipo, quando chiedi e hai bisogno, loro forniscono. Stavo solo ringraziando l’orso per . gwe´me´. Immagino, come si dice in inglese? Omonimo? L’ho solo ringraziato. E quindi quando chiedi agli animali qualunque cosa di cui hai bisogno, garantito, loro forniranno. E ora, mi sento così onorato di avere quel dono: essere in grado di comunicare. (DT, Anziana della comunità)

3) Dalle storie emerge come gli animali spesso siano guide che aiutano gli esseri umani nelle decisioni importanti, fornendo intuizioni e scopi cui dedicarsi. Ma sono anche guide che dopo la morte accompagnano i defunti a trovare la loro strada durante la transizione dal mondo naturale al mondo spirituale. L’aiuto può arrivare durante le interazioni fisiche nel quotidiano, nelle cerimonie, ma anche attraverso sogni e visioni. Gli esseri umani possono chiedere di essere guidati da un animale, altre volte la guida arriva inaspettatamente. Insomma, che gli umani se ne rendano conto o meno, le storie dicono che gli animali sono sempre presenti per fornire supporto costante.

[Inciso. Forse intuiamo cosa possa voler dire perdere questa connessione per colpa della colonizzazione, che oltre a confinare l’esistenza degli indigeni dentro riserve, ha comportato un capillare (e tragico) processo di sradicamento famigliare e rieducazione dei bambini per cancellare la loro matrice indigena e favorire la loro riassimilazione culturale e religiosa. L’orrore ha raggiunto il limite nel 2021, con lo sconvolgente ritrovamento di quasi mille tombe proprio nel territorio dello Saskatchewan, dove si trovavano alcune scuole residenziali per bambini indigeni gestite prima dalla Chiesa e poi dallo Stato].

Vorrei condividere solo una storia. Non è la mia storia. È successa al mio amico che ho iniziato a vedere come un mentore. (…) Loro hanno un posto nella foresta dove di solito vanno a fare le loro offerte, e legano bandiere e altre cose dopo la cerimonia. È stato usato lì per generazioni quindi hanno centinaia di bandiere legate agli alberi ed è lì che hanno fatto preghiere e cerimonie. Ma poi è successo un incendio e ha bruciato tutta quell’area in cui andavano da generazioni. Quando sono andati lì, hanno visto che c’era solo cenere e gli alberi erano bruciati. Le bandiere e le altre cose erano bruciate. Erano davvero rattristati perché avevano perso tutta quella storia o quel sentimento di vedere le bandiere che erano state usate per molti, molti anni. Quindi erano molto rattristati e feriti, e stavano cercando di capire cosa avrebbero fatto dopo e come si sarebbero ripresi da questo tipo di affare. Poi, era un po’ come silenzio, e poi hanno iniziato a sentire questi piccoli tic tic tic in tutta la foresta, e sembrava quasi pioggia. Finché non hanno prestato attenzione a cosa fosse veramente, e cosa fosse, sono gli scoiattoli nella foresta che si arrampicavano in cima agli alberi e spezzavano le pigne e le ghiande e le lasciavano a terra. E questo stava solo mostrando loro che questo è il loro modo di onorare la relazione e fare il loro lavoro per aiutare a ristabilire il processo naturale di ricostruzione della foresta. A loro volta, in futuro, che saranno in grado di usare di nuovo quello spazio come un posto dove legare le loro bandiere agli alberi e cose del genere. Quindi (…) tutti, specialmente gli animali, hanno uno scopo e lo servono semplicemente volontariamente, anche inconsapevolmente. (FF, adulto della comunità).

4) Gli animali come aiutanti. La loro semplice presenza può far sentire supportati nei momenti difficili. Ciascuno può avere un aiutante animale specifico che gli è stato dato alla nascita da un Anziano tradizionale o in una cerimonia. Gli animali supportano il benessere mentale rafforzando gli esseri umani o preparandoli per ciò che deve venire. I cavalli ad esempio comunicano come andranno le cose e lo spirito del tuono incoraggia gli individui a prestare attenzione e prendere nota del tempo in arrivo.

5) Gli animali come insegnanti trasmettono valori tradizionali come amore, rispetto, verità e umiltà. Rafforzano costantemente una certa visione del mondo attraverso le loro interazioni istintive, mostrando agli umani come vivere in armonia gli uni con gli altri. Insegnano a prestare attenzione ai segnali (ad esempio, i fenomeni meteorologici), cos’è la parentela (ad esempio, un branco di lupi che vive insieme), a essere umili (ad esempio, un orso e un lupo che frenano la loro forza):

Ho le quattro guide principali: l’orso, l’aquila, il bufalo e il lupo. E il mio spirito di potere è il colibrì. E traggo la mia forza da loro. Molte volte sono così stanco, “Ok ragazzi, ho bisogno del vostro aiuto! Ho bisogno di quella forza. Ho bisogno di questo, “alzati e vai”. E una volta che lo dici, anche solo per pensarlo, in un batter d’occhio, loro sono lì. Hai recuperato la tua energia. Ogni giorno, non importa dove mi trovi, dovrò sempre invocarli. Non passa giorno che non attinga alla loro forza, al loro potere. Anche nei miei momenti più bassi, quando mi sento così sconfitto, “Ehi!”, e loro sono lì per darmi quella scossa, quell’atteggiamento di andare avanti. (DT, Anziano della comunità)

6) Gli animali come protettori. Gli animali proteggono gli umani fisicamente e spiritualmente tenendoli al sicuro dai pericoli (ferite, malattie e cattiva medicina). Li affiancano per proteggerli o per tirarli fuori da situazioni pericolose (ad esempio, orsi e lupi cammineranno accanto a qualcuno durante un lungo e buio viaggio di ritorno a casa).

Il cavallo è diventato la mia vita e quella della mia famiglia e completa l’intero cerchio familiare. Abbiamo qualche dozzina di cavalli e sono la spina dorsale della nostra famiglia. La mattina,
trovammo un cavallo [morto] e un’altra mattina ne trovammo un altro, andai alla cerimonia e chiesi. Fu allora che scoprii che i cavalli avevano intercettato tutte le medicine cattive che ci venivano inviate con l’intenzione di fare del male alla mia famiglia perché avevamo così tanti cavalli, gelosia e quant’altro. E il rispetto che ho per il cavallo, quando lo scoprii, ero così, così grata. Non parlerò mai più male di un cavallo. Perché in quella cerimonia, quando ho scoperto che il cavallo ha intercettato, mi sono scusato. E lo spirito del cavallo è venuto proprio sulla mia spalla e mi ha detto che mi ha perdonato. Perché ero solita dare a mio marito un sacco di problemi per avere così tanti cavalli. Loro prendevano il meglio di quello che aveva, prendevano il cibo migliore, anche se eravamo a corto. Lui metteva sempre i suoi cavalli al primo posto. E dopo, non ho mai detto niente di male sul cavallo.

7) Gli animali come guaritori. Offrono amore, compassione e conforto. Guariscono fornendo nutrienti come carne, miele, olio di puzzola. Se chiamati in aiuto (un aquila, un orso) si presentano. Per gli indigeni, la pace mentale deriva dal sapere che gli aiutanti del Creatore sono stati inviati per guarire gli umani e che la malattia non tornerà.

Come tante altre volte ho vissuto esperienze di vita che sono state davvero, davvero difficili. Non mi fidavo a raccontarlo a nessun altro essere umano. E questo vecchio mi disse tanto tempo fa, disse: “Porta i tuoi problemi a un albero. Prendili. Vai a offrire tabacco all’albero, offri la tua impronta e dagli tutto ciò che hai, tutto il negativo. Rimarrà ancora alto e fiero”. E senti le foglie frusciare, o il vento che passa tra le foglie. Ciò significa che ti sta portando via tutti i tuoi problemi. Puoi piangere. Puoi urlare. Puoi dargli i tuoi piccoli dettagli che non hai mai, mai affidato a un altro essere umano. Prenderanno tutto e non lo diffonderanno. Porteranno tutto al Creatore e lo useranno lì. Nessun altro essere umano lo sa, solo l’albero, e rimarrà saldo e alto non importa quanto siano dure le tue esperienze: ti sei affidato alle sue cure. Resterà comunque fiero. (DT, Anziano della comunità)

Concludono le ricercatrici: vedendo come per i popoli indigeni gli animali agiscono per la loro guarigione e salute, è evidente che i programmi sanitari che non riconoscono e utilizzano le relazioni con i più che umani sono destinati a fallire. Per sostenere i percorsi di guarigione dei popoli indigeni occorre rimuovere quelle barriere culturali che privilegiano un approccio alla salute eurocentrico e per ottenere questo è indispensabile lavorare insieme al mondo più che umano. Come? Sviluppando spazi etici per la ricerca sulla salute in cui il benessere è apprezzato e compreso nel contesto di tutte le nostre relazioni.

Due riflessioni a margine della ricerca.

Dunque la salute dei popoli indigeni dipende strettamente dall’interconnessione con l’ambiente naturale e con gli esseri più che umani, al punto che dove questa connessione sia interrotta, la loro salute fisica e mentale ne risente. Un peggioramento di salute speculare a quello che interessa l’ambiente naturale quando la sua cura viene sottratta ai popoli che lo abitano e affidata a nuove forme di colonialismo. Quello che in Africa, Asia, Amazzonia porta via le terre alle comunità locali, le rende “aree protette” e caccia brutalmente gli abitanti originari. Dietro la falsa motivazione di programmi speciali di conservazione, governi e Ong “fanno bruciare le case degli abitanti locali, rubano i loro beni, vandalizzano le proprietà, li picchiano, torturano, stuprano e uccidono nell’impunità”. (fonte: Survival.it). Oggi, non nell’ottocento.

È evidente che la motivazione ambientale è fasulla, dal momento che è dimostrato che quando i territori sono abitati e affidati alle cure dei popoli indigeni che vi abitano, il livello di biodiversità aumenta e quello di deforestazione diminuisce.

Ma se la salute degli indigeni migliora quando si riappropriano del legame con gli esseri più che umani, perché questo non dovrebbe riguardare anche noi? E non in termini di pet therapy, che pure ha già dimostrato tutti gli effetti benefici che poteva dimostrare di avere. La pet therapy che replichi una visione umano-centrica del rapporto umano-animale, con l’animale a disposizione dell’umano, è ancora molto lontana dall’orizzonte indicato dall’ecologia profonda a cui Mycelica si ispira e che deve molto all’osservazione dei popoli originari.

I popoli indigeni hanno bisogno dell’ambiente naturale per stare bene. L’ambiente sta meglio se affidato alle cure dei popoli indigeni. In questa equazione, noi che indigeni non siamo (più), dove ci collochiamo?

salute dei popoli indigeni bisonte

Io nacqui nella prateria dove il vento soffiava liberamente

e dove non c’era nulla a bloccare la luce del sole.

Io nacqui dove non c’erano recinti e dove ogni cosa respirava

liberamente.

Io voglio morire là, e non dentro questi muri.

(Dieci Orsi, Comanche Yamparika)

1 La popolazione indigena oggi presente in Canada e nella provincia di Saskatchewan si distingue in “Prime Nazioni”, Inuit e Mètis.


Mycelica®


FONTI E BIBLIOGRAFIA

– Clarissa Pinkola Estés, I desideri dell’anima, Frassinelli 2014

– McGinnis A, Tesarek Kincaid A, Barrett MJ, Ham C. Strengthening Animal-Human Relationships as a Doorway to Indigenous Holistic Wellness. Ecopsychology. 2019 Sep 1;11(3):162-173. doi: 10.1089/eco.2019.0003. Epub 2019 Aug 30. PMID: 31598191; PMCID: PMC6777485.

– Paul Shepard, Nature and Madness, University of Georgia Press 1998. (Natura e follia, Edizioni degli animali 2020)

– Richard Louv, Last Child in the Woods. Saving Our Children from Nature-deficit Disorder. (L’Ultimo Bambino nei Boschi. Come riavvicinare i nostri figli alla natura, Rizzoli 2006)

– Il suicidio dei Guarani: quando il divorzio tra uomo e natura incide sulla psiche, traduzione di Valeria Guerrieri, Survival.it


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2 risposte

  1. Veramente interessante questa ricerca canadese! Oltre che per i risultati del lavoro delle tre ricercatrici (Ginnis ecc.), anche per il modo in cui hanno condotto l’indagine: integrandosi nell’ambiente, nella cultura e tradizione indigena e grazie a un atteggiamento decolonizzato, sono riuscite a coinvolgere quella comunità in modo davvero fruttuoso e… sorprendente (almeno per me)! Quello che mi ha molto colpito è la concezione della relazione umani-animali che esce dalle storie dei nativi. Da noi si è perlopiù abituati a considerare gli animali in modo strumentale, come risorsa economica o, soprattutto in città, ‘affettiva’, di compagnia, (pet therapy a parte). Scoprire che in altri tempi e in altri contesti è stato/è possibile un rapporto ‘paritario’ con gli animali, che questi possono anche essere “…guide, aiutanti, maestri, protettori e guaritori”, e fonte di messaggi ‘curativi’, è veramente una scossa potente alla mentalità tradizionale… .
    Grazie Mycelica, per aver tradotto e reso disponibile questa ricerca!

    1. Sono rimasti solo i popoli indigeni a mostrarci un altro modo possibile. O meglio a ricordarcelo: non ci colpirebbe in questo modo leggere certe ricerche se non conservassimo la memoria filogenetica di una relazione unitaria con la natura. Se non conoscessimo già in fondo questa possibilità e la nostalgia di quando eravamo parte di un Tutto insieme a piante e animali, che come membri della stessa famiglia avevano qualcosa da insegnarci e la cui presenza nella nostra vita ci era necessaria per stare bene. Un invito alla lettura: “Ecologie native” di Emanuela Borgnino, Ed. Eleutehera. Grazie del commento!

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