Orme di bosco
In questa narrazione sorprendente che è la vita, l’uomo ha guardato prima ai miti, poi alle fiabe, come un marinaio alle stelle. Qualcosa in quelle narrazioni, trasmesse dalla notte dei tempi prima oralmente poi per iscritto, sembrava suggerire rotte che erano allo stesso tempo individuali e collettive, simboliche e reali.
Grazie a queste, sappiamo che ci attendono passaggi non evitabili – ad un bivio dell’esistenza, ai margini di un bosco, al compimento di una certa età dell’anima – preannunciati da segni precisi. Da bambini li riconoscevamo così bene, quando comparivano nella fiaba, che in un fremito sapevamo che stava per accadere qualcosa che avrebbe cambiato per sempre l’esistenza del/la protagonista e che nulla avrebbe potuto impedirlo.
- Quando Barbablu consegna alla giovane sposa le chiavi di ogni stanza del palazzo, dandole il permesso di entrare in tutte tranne in quella con la chiave più piccola…
- Quando alla festa per la neonata Rosaspina vengono invitate le dodici fate del regno ed esclusa la tredicesima, perché ci sono solo 12 piatti d’oro…
- Quando Eros intima all’amata Psiche di non cercare mai di scoprire il suo aspetto e il suo nome…
- Quando il sindaco di Hamelin rompe il patto con il pifferaio magico, rifiutandosi di ricompensarlo per aver liberato la città dai topi…
- Quando Riccioli d’Oro mangia tutta la zuppa dal piatto del piccolo orso, poi rompe la sua seggiola e infine si addormenta nel suo letto…
- Quando il mugnaio si vanta con il re di avere una figlia che trasforma la paglia in oro, nella fiaba di Tremotino…
Quel fremito è l’animarsi di un archetipo, una matrice viva di significati universali che da quel momento e per tutta la narrazione ci muoverà come se ci possedesse: un equilibrio è stato rotto, un cerchio è stato aperto e deve essere chiuso. La partenza dell’eroe o dell’eroina deve riflettersi in un ritorno ad un’ottava più alta, la penuria essere bilanciata dall’abbondanza, il dinamismo risolversi nel rilassamento. Inspiro ed espiro, nelle fiabe e nella vita.
Per superare questi passaggi abbiamo bisogno di aiuto. Ci servono alleati che come levatrici ci aiutino a partorire un talento creativo, una funzione psichica ancora incontattata o solo acerba, grazie alla quale l’ostacolo potrà essere oltrepassato.
Spesso a innescare questo risveglio sono forze “contrarie” che ci scalzano brutalmente dalla nostra condizione di sonno-inconsapevolezza iniziale e ci sbattono in prima linea, privandoci di tutto ciò che eravamo e avevamo. Streghe, orchi, imbroglioni, matrigne cattive. Ovvero auto-boicottaggi, paure, retaggi che ci vorrebbero eternamente addormentati e fedeli allo status quo. Persone o circostanze che ci trascinano per i capelli fuori dalla nostra ingenuità, dalla zona di comfort emotivo, dai limiti che siamo convinti di avere. Parti di noi che ci agiscono dalle zone cieche di una coscienza ancora immatura.
Forze che definiremmo tutt’altro che alleate, ma che voltandoci indietro a storia conclusa, da quella angolazione più alta e matura che l’esperienza integrata consente, vediamo essere di fatto tra le promotrici della nostra metamorfosi.
Senza prova, senza ostacoli, non c’è fiaba e dunque crescita, trasformazione, vita. Lo sa bene il bruco, che solo grazie allo sforzo compiuto per uscire dal bozzolo diventerà una farfalla in grado di volare; ma se l’uscita viene facilitata da un agente esterno, le ali resteranno fragili e inadatte al volo. Lo sanno gli eroi e le eroine dei miti, che inanellano una fatica dietro l’altra che solo l’intervento di una forza esterna superiore può aiutarli a superare. E per noi protagonisti della nostra fiaba personale, una forza interiore superiore a quelle che credevamo di possedere.
La stanza con la chiave più piccola deve essere aperta, costi quel che costi, per Vedere, per Conoscere. Dobbiamo disobbedire alle parti tiranniche di noi e affrontare prove durissime per scoprire chi siamo e di che cosa siamo capaci. Portare alla luce il desiderio che ci muove per fertilizzare terre che non danno più frutti.
Non saremo più gli/le stessi/e di prima. Possiamo provare a rimandare la partenza – vi sono sonni profondi che durano cent’anni – ma una volta che il viaggio iniziatico sarà, appunto, iniziato, non si torna più indietro. “Nulla si crea e nulla si distrugge, tutto si trasforma”.
Verrebbe da chiedersi se ci sia sempre evoluzione rispetto alla condizione di partenza. Mostrano le storie che si può essere abbandonati in un bosco senza cibo e protezione e a fine fiaba trovare il proprio regno, ma che si può anche partire poveri e tornare ancora più poveri.
“Da che cosa dipende?”
Dal fatto che permettiamo al viaggio di tirare fuori da noi il piombo e che lo trasformiamo in oro. Dal fatto che anche se non comprendiamo cosa ci sta accadendo e perché (o non sarebbero buie le notti dell’anima in gestazione), in qualche modo mandiamo avanti i nostri passi incerti, sopportiamo di non conoscere ancora le risposte, sbagliamo strada e torniamo indietro 1000 volte.
Finché non cominciamo a scorgere segnali che erano sempre stati sotto i nostri occhi, a riconoscere in una voce interna vagamente famigliare le indicazioni per la strada di casa.
La prova è conclusa quando – sono molti i modi in cui possiamo dirlo – diventiamo ciò che siamo ma non sapevamo di essere. Quando apriamo tutte le porte, anche quelle proibite, per farci interi. La prova è conclusa quando raggiungiamo quel luogo dentro, a lungo nascosto e protetto da rami impenetrabili, dove finalmente ci riuniamo a ciò che è sacro per noi.
A ciò che è sacro di noi.
A ciò che è sacro.
"Una buona pratica preliminare di qualunque altra è la pratica della meraviglia. Esercitarsi a non sapere e a meravigliarsi. Guardarsi attorno e lasciar andare il concetto di albero, strada, casa, mare e guardare con sguardo che ignora il risaputo. Esercitare la meraviglia cura il cuore malato che ha potuto esercitare solo la paura".
Chandra Livia Candiani, Questo immenso non sapere. Conversazioni con alberi, animali e il cuore umano, Einaudi 2021
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Leggi le fiabe citate: Barbablu, Rosaspina, Eros e Psiche, Il pifferaio magico, Riccioli d’oro e i tre orsi, Tremotino.
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