Le ecopoetiche di Mycelica
Non devi essere buono.
Non devi camminare sulle ginocchia
per cento miglia nel deserto in penitenza.
Devi solo lasciar che il dolce animale del tuo corpo
ami ciò che ama.
Raccontami della disperazione, la tua, ed io ti racconterò della mia.
Intanto il mondo va avanti.
Intanto il sole e i chiari sassolini di pioggia
si muovono attraverso i paesaggi,
su praterie e alberi profondi,
su montagne e fiumi.
Intanto le oche selvatiche, alte nella limpida aria blu,
sono dirette di nuovo a casa.
Chiunque tu sia, non importa quanto solo,
il mondo offre se stesso alla tua immaginazione,
ti chiama come le oche selvatiche, aspro ed eccitante –
annunciando ancora e ancora il tuo posto
nella famiglia delle cose.
Mary Oliver, Oche selvatiche, in Dreamwork, Penguin Group 2024

Ricorda il cielo sotto cui sei nata,
impara le storie di ogni stella.
Ricorda la luna, impara chi è.
Ricorda la nascita del sole all’alba,
il più possente attimo del tempo. Ricorda il tramonto
e il concedersi alla notte.
Ricorda la tua nascita, come tua madre lottò
per darti forma e respiro. Sei la testimonianza della
sua vita, quella di sua madre, e poi quella di lei.
Ricorda tuo padre. Anche lui è la tua vita.
Ricorda la terra, sei tu la sua pelle:
terra rossa, terra nera, terra gialla, terra bianca
terra bruna, noi siamo terra.
Ricorda le piante, gli alberi, gli animali, anch’essi hanno
tribù, famiglie, storie. Parla con loro,
ascoltali. Sono poesie viventi.
Ricorda il vento. Ricorda la sua voce. Lui conosce
l’origine di questo universo.
Ricorda che tu sei tutti e tutti
sono te.
Ricorda tu sei questo universo e questo
universo sei tu.
Ricorda tutto è moto, cresce, sei tu.
Ricorda che da questo nasce il linguaggio.
Ricorda che danza è il linguaggio, che danza la vita.
Ricorda.
Joy Haryo, traduzione di Laura Coltelli. Da Joy Harjo, Un delta nella pelle. Poesie scelte, 1975-2001, a cura di Laura Coltelli, Passigli 2017

(…) Ho vissuto coi venti, coi boschi,
con le montagne.
Ho mille volte appoggiato
la testa ai tronchi degli alberi,
alle pietre, alle rocce
per ascoltare la voce delle foglie;
ciò che dicevano gli uccelli,
ciò che raccontava l’acqua corrente;
ho ascoltato i canti
e le musiche tradizionali
e le fiabe e i discorsi del popolo,
e così si è formata la mia arte
come una canzone ad un motivo
che sgorga spontaneo
dalle labbra di un poeta primitivo.
Grazia Deledda, Sono nata in Sardegna – Ho vissuto coi venti. Estratto dal discorso per il ritiro del premio Nobel per la letteratura (1926).
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