Le ricerche di Mycelica
“Dobbiamo immaginare la vita come una trama formata da sistemi viventi (reti) che interagiscono con altri sistemi viventi (reti)”. Fritjof Capra 1
Non una semplice questione botanica.
Suzanne Simard conosceva le foreste del Canada molto prima di iscriversi alla University of British Columbia e diventare professoressa di ecologia forestale. Nata e cresciuta in una famiglia di coloni boscaioli, ha passato tutta la sua infanzia e adolescenza tra gli alberi assistendo al passaggio inesorabile da un’economia del legno ancora attenta all’equilibrio della foresta (con abbattimenti selettivi che preservavano l’habitat) al disboscamento industriale a scopo commerciale. Ha visto intere foreste venire sostituite da piantagioni geometriche di monoculture (Abete Douglas, il più redditizio) spogliate del sottobosco nella convinzione – che anche grazie a lei oggi sappiamo essere errata – che eliminando la concorrenza, ovvero gli alberi autoctoni vicini e le specie diverse (in quel caso la Betulla della carta e il Cedro rosso occidentale), gli esemplari coltivati sarebbero cresciuti più rigogliosi. Invece erano più vulnerabili al clima e ai coleotteri, quindi si ammalavano di più e morivano prima.
Ingenuamente viene da dire che sarebbe stato sufficiente osservare la Natura per sapere che non avrebbe funzionato. O forse non è così ingenuo dirlo, se la Simard non perde occasione di ribadire che la saggezza dei nativi delle First Nation che popolano il Canada è stata fondamentale per le sue ricerche e per la comprensione di cosa siano le foreste; di cosa faccia loro bene e di cosa faccia loro male. E i nativi canadesi chiamano il Cedro Rosso “albero della vita” per i benefici che porta all’ecosistema.
La storia è appena iniziata e sono già emersi alcuni degli elementi per cui il suo lavoro verrà criticato, quando il suo primo articolo su Nature2 la renderà improvvisamente famosa.
Perchè gli Abeti di Douglas si ammalavano e morivano quando venivano rimosse altre specie vicine? Non avrebbero invece dovuto prosperare, avendo più luce, acqua e spazio a disposizione rispetto agli esemplari delle foreste che crescevano l’uno accanto all’altro, l’uno all’ombra dell’altro? Per capire che cosa stesse accadendo, Suzanne Simard si è messa a cercare sottoterra, lì dove i filamenti fungini si intrecciano con le radici degli alberi formando le micorrize. Non che avesse molti fondi a disposizione per farlo, come lei stessa racconta:
“Gli scienziati avevano appena scoperto che, in vitro, la radice di una piantina di pino poteva trasmettere carbonio alla radice di un’altra piantina di pino. Ma questo avveniva in laboratorio, e mi chiesi: “Può succedere in natura, nella foresta?” Io pensavo di sì. Forse gli alberi potevano condividere informazioni sottoterra. Ma tutto questo era molto controverso, alcuni pensavano che fossi pazza ed ebbi molte difficoltà ad ottenere fondi per finanziare le mie ricerche”.3
Il primo passo quindi è stato uscire dal laboratorio e guardare al sistema complesso della foresta. Si sapeva già dell’esistenza delle micorrize e dello scambio tra albero e fungo; i filamenti fungini, che sono più sottili e si sviluppano più in fretta delle radici degli alberi, aumentano la superficie dell’apparato radicale degli alberi e dunque la quantità di sostanze che questi assorbono dal terreno.
L’ipotesi della Simard era che se due piante sono collegate ad un fungo che colonizza le radici di entrambe, tramite questo “ponte” micelico possono passare delle molecole. Nell’esperimento che la porterà alla fama, la studiosa pianta a poca distanza tra loro una Betulla della carta e un Abete di Douglas – più un Cedro Rosso a fare da controllo – e vi inietta due diversi isotopi del carbonio per tracciarne lo spostamento. I risultati confermano la sua ipotesi: dopo qualche ora rileva nell’Abete il carbonio iniettato nella Betulla, che lo cede soprattutto quando questa è al sole e l’Abete in ombra. Nella stagione in cui la Betulla perde le foglie, è l’Abete a inviarle un po’ del suo carbonio.

Con il procedere degli esperimenti la Simard ha individuato molte altre sostenze tra quelle scambiate: fosforo e azoto (dai funghi verso le piante), acqua, zuccheri ricchi di carbonio ed enzimi difensivi (tra le piante attraverso i funghi). Ha compreso che gli alberi che si trovano più in alto e che quindi sono più esposti alla luce (maggiore fotosintesi) cedono parte degli zuccheri formati nelle foglie, che attraverso la rete micelica vengono trasportati alle piante che si trovano nel sottobosco, dove arriva meno luce e dunque la fotosintesi è ridotta.
Non solo: questo flusso non avviene solo tra piante della stessa specie ma anche tra piante di specie diversa, in direzioni diverse in base alla stagione e all’anzianità della foresta, passando dagli alberi più vecchi e grandi a quelli più giovani e piccoli. La maggior parte degli alberi è collegata simbioticamente a centinaia di specie fungine e le giovani piante che vengono separate da questa comunicazione sotterranea hanno il 26% di probabilità in meno di sopravvivere rispetto a quelle che rimangono collegate.
Ancora: in questo modello a rete che Nature ha battezzato efficamente “The Wood Wide Web”, vi sono dei punti di “snodo” (hub) che coincidono con grandi alberi anziani che nutrono di carbonio le piante più giovani del sottobosco. Nelle sue conferenze sempre più affollate e nel suo libro,4 la Simard li chiama “alberi madre” perché il loro comportamento è paragonabile a quello di una madre che nutre i piccoli. Gli alberi madre limitano l’estensione delle proprie radici se accanto stanno crescendo giovani piante-figlie, per fare loro più spazio; e quando vengono ferite dalle intemperie o dagli insetti, attraverso le micorrize cedono il loro carbonio alle piante vicine, soprattutto quelle giovani. Lei chiama questi pacchetti di carbonio “messaggi di saggezza”, e suppone che vengano inviati agli alberi vicini per “insegnare” loro come affrontare pericoli analoghi in futuro. Di fatto, i giovani alberi collegati ad un albero madre sembrano avere quattro volte più possibilità di sopravvivere rispetto agli altri.
Prende forma un po’ alla volta un’idea di foresta come sistema intelligente e cooperativo, in cui piante, funghi e altri viventi lavorano insieme nell’interesse di tutti. La foresta come organismo fatto di parti che comunicano e si aiutano tra loro e grazie a questo prospera e resiste agli attacchi naturali e al disboscamento. Purchè se ne rispetti la struttura:
“… Gli “alberi hub” sono come dei perni in un aeroplano. Possiamo prenderne uno o due e l’aeroplano continuerà a volare, ma se ne prendiamo troppi, o se prendiamo quello che tiene le ali al suo posto, l’intero sistema crolla”.

Insieme ad altri colleghi, Suzanne Simard ha dimostrato che l’idea che gli alberi siano entità distinte indifferenti tra loro e in competizione per il suolo e le risorse è infondata. Che una foresta originaria funziona come una comunità: può esserci conflitto ma anche reciprocità e persino altruismo. “Le ultime ricerche suggeriscono che le reti micorriziche sono presenti anche nelle praterie, nella macchia e nella tundra, praticamente ovunque ci sia vita terrestre. Insieme, questi partner simbiotici uniscono le terre del pianeta in reti viventi quasi contigue di dimensioni e complessità inimmaginabili”.
Suzanne Simard vive e fa ricerca in un territorio abitato da popolazioni indiane native. L’influsso della saggezza aborigena è percepibile nel sui lavoro. Smhayetsk Teresa Ryan, un’ecologa forestale di origine tsimshian che ha studiato con lei, spiega come le ricerche sulle reti sotterranee e le pratiche forestali che ne derivano beneficino delle conoscenze dei popoli nativi (che i coloni europei hanno spesso rifiutato) per i quali tutto è connesso. Secondo molti gruppi aborigeni tutte le specie delle foreste sono collegate, e la parte più estesa di questi collegamenti è fatta di reti sotterranee. D’altra parte gli alberi sono da sempre un simbolo di connessione: “Nella mitologia mesoamericana, al centro dell’universo cresce un immenso albero che allunga le radici verso gli inferi e avvolge la Terra e il cielo nel suo tronco e nei suoi rami. Nella cosmologia norrena c’è un albero simile, chiamato Yggdrasil”.5
Le critiche
Forse comincia ad essere intuibile perché il lavoro della Simard ha suscitato le critiche di numerosi botanici e studiosi di ecologia. A cominciare dalla sua interpretazione più radicale, per cui una foresta si comporta come un organismo composito e non come la somma di tanti individui. E in quanto tale, non è la legge di competizione a regolarlo, come vuole uno dei pilastri della teoria evoluzionistica; per la Simard “sono la vicinanza e la collaborazione, la diversità e l’inclusione a modellare le foreste, a garantire la vita, l’ecologia e il benessere dei grandi boschi. Un’intuizione che le indagini condotte nei vent’anni successivi hanno ampiamente confermato”.6
D’altra parte anche noi siamo creature composite:
“Diverse comunità microbiche abitano il nostro corpo, modulano il nostro sistema immunitario e ci aiutano a digerire determinati alimenti. I mitocondri, gli organelli che producono energia nelle nostre cellule, una volta erano batteri che sono stati fagocitati all’inizio dell’evoluzione della vita multicellulare. Attraverso un processo chiamato trasferimento genico orizzontale, funghi, piante e animali, compresi gli esseri umani, hanno scambiato continuamente dna con batteri e virus. Dalla pelle, pelliccia o corteccia fino al genoma, ogni creatura multicellulare è un amalgama di altre forme di vita. Ovunque gli esseri viventi emergano, si trovano, si mescolano e si fondono.
Cinquecento milioni di anni fa, quando piante e funghi emergevano dal mare e invadevano la terraferma, incontravano ampie distese di roccia arida e suolo impoverito. Le piante potevano trasformare la luce solare in zuccheri per produrre energia, ma avevano problemi a estrarre i nutrienti minerali dalla terra. I funghi erano nella situazione opposta. Se fossero rimasti separati, i loro primi tentativi di colonizzazione avrebbero potuto fallire. Invece questi due naufraghi, appartenenti a regni della vita completamente diversi, strinsero un’intima alleanza. Insieme si sono diffusi nei continenti, hanno trasformato la roccia in terreno fertile e hanno riempito l’atmosfera di ossigeno.
Con il tempo, diversi tipi di piante e funghi hanno sviluppato simbiosi più specializzate. Le foreste si sono espanse e diversificate, sia sopra la terra sia sotto. Ciò che un albero produceva non si limitava più a nutrire lui e i suoi partner simbiotici. Trasportati attraverso reti sotterranee di radici e funghi, l’acqua, il cibo e le informazioni di una foresta hanno cominciato a percorrere distanze sempre maggiori e a seguire schemi sempre più complessi. Nel corso dei millenni, attraverso gli effetti combinati della simbiosi e della coevoluzione, le foreste hanno sviluppato una sorta di sistema circolatorio. Alberi e funghi all’inizio erano solo piccoli e spaesati profughi dall’oceano, ancora grondanti di acqua di mare, alla ricerca di nuove opportunità. Insieme, sono diventati una forma di vita collettiva di una potenza e generosità senza precedenti”.7
Un articolo su Nature Ecology & Evolution8 ha raccolto le osservazioni critiche al lavoro della Simard. Paola Bonfante, docente di biologia vegetale all’Università di Torino, le riassume così:9 “Non è dimostrato che tutte le piante siano connesse tra di loro attraverso questa rete, i dati quantitativi non sono sufficienti a suggerire che ci sia un vantaggio per la pianta che riceve e non è detto che il trasferimento potenziale avvenga attraverso il fungo e che non ci siano invece altri rilasci indiretti. Ma soprattutto, molti dei suoi lavori non hanno avuto una peer review accurata, soprattutto la parte sulla “pianta madre” che è quella su cui Suzanne Simard ha avuto più successo proprio perché stimola un aspetto “sentimentale emotivo”, come se fosse dato un discorso di maternità alla pianta. Su questo non c’è mai stata una revisione critica, questi lavori non sono mai stati pubblicati su riviste e viaggiano più attraverso una comunicazione orale”.
La scienza chiede prove dimostrabili e ripetibili e Suzanne Simard lo sa molto bene. Si muove tra laboratorio e foresta, analizzando i microsatelliti di DNA delle piante e rilevando gli isotopi iniettati in centinaia di alberi. Ma si fida anche di qualcosa d’altro, qualcosa di antico:
“Gli anziani svolgono un ruolo speciale in ogni comunità, avendo guadagnato il rispetto della tribù per la loro saggezza, conoscenza e insegnamento durati tutta la vita. Aiutano a collegare gli individui alla comunità più ampia nel suo insieme e a collegare il passato con il futuro (…)
Nel lavoro della mia vita nella foresta, ho imparato che gli anziani di molte specie, compresi gli umani, collegano anche la foresta, fornendo un’impalcatura genetica adattiva per il cambiamento e la resilienza nell’intera comunità. Nella foresta, le specie fondamentali sono gli alberi e gli anziani sono gli alberi più grandi e più vecchi. Gli alberi anziani forniscono un’ancora per la struttura diversificata degli alberi di molte dimensioni nei loro quartieri. Questi anziani sono importanti non solo perché costituiscono l’habitat di numerose piante, animali, funghi e creature microbiche che vivono nella foresta, ma anche per le persone che dipendono dai boschi per la loro cultura e il loro sostentamento (…) Ho preso a chiamare questi alberi più anziani “Alberi Madre” perché sembrano nutrire i loro piccoli. Gli Alberi Madri collegano la foresta attraverso lo spazio e il tempo, proprio come gli anziani collegano le famiglie umane attraverso le generazioni”.10
La posizione della comunità scientifica non è univoca: il lavoro della Simard ha contribuito a molte linee di ricerca che ne hanno confermato i risultati, anche da parte di studiosi europei e italiani. Ma per altri non ci sono abbastanza dati certi a supportare l’idea di una Wood Wide Web come lei la descrive. Se il dibattito sui risultati è del tutto legittimo e funzionale alla ricerca scientifica, le critiche al metodo e al linguaggio aprono a riflessioni meno scontate.
Le parole per dirlo
Le reazioni che l’approccio e la terminologia usati dalla Simard hanno sollevato in una parte del suo entourage scientifico ricordano il trattamento riservato alle scoperte (e alla persona) di altre scienziate. Lei stessa racconta che un recensore definì il suo articolo su Nature “una colazione per cani” e che diversi ricercatori affermati hanno fatto di tutto per distruggere il suo lavoro: “Come giovane ricercatrice, puoi essere ferita facilmente da questo genere di cose. Quando il tuo lavoro è considerato controverso è più difficile ottenere sovvenzioni, più difficile trovare finanziamenti, più difficile ottenere denaro per le conferenze. A un certo punto ero pronta a rinunciare a tutto“.
Di scienziate “penalizzate” (per usare un eufemismo) nella storia per i loro risultati, per i metodi, e quando questo non bastava per il loro genere, se ne contano a decine. Per citarne solo un paio: Marija Gimbutas, archeologa, e Barbara McClintock, biologa.11 12
Marija Gimbutas fu denigrata come archeologa e come donna da rinomati colleghi dopo che dai suoi scavi emersero le radici matriarcali delle civiltà europee. Insieme a queste, emerse la necessità di riscrivere la storia così come ci è stata insegnata, di risignificare il concetto di “civiltà” e di adottare, o forse meglio fondare, un linguaggio diverso capace di raccontare un diverso passato finalmente venuto alla luce. Un passato matrifocale. Ci vollero 30 anni (come lei aveva predetto) e le moderne tecnologie di ricerca genetica applicate all’archeologia, perché le sue scoperte ricevessero una conferma inconfutabile e il plauso che meritavano.
Barbara McClintock identificò i trasposoni, geni in grado di cambiare posizione nel DNA. Fino ad allora le genetica classica riteneva che il genoma fosse qualcosa di statico e immutabile, invece i trasposoni dimostravano di essere dinamici e di interagire con l’ambiente modificandosi. Fu l’inizio della genetica cellulare ma ci vollero anni perché le sue scoperte fossero accettate e comprese; inizialmente perché in quanto donna non aveva la possibilità di ottenere incarichi ufficiali presso le Università e in seguito per la resistenza che la comunità scientifica più conservatrice oppose ai suoi risultati. Fino al premio Nobel per la Medicina nel 1983.
Di lei si scrive: “Si distingue anche perché non segue il pensiero logico e sequenziale, in qualche modo “canonico”, della scienza. Lavora sulla base di vedute globali e intuitive”13. Aveva “uno straordinario talento nell’osservazione al microscopio: sembrava che le barriere tra lei e l’oggetto di studio non esistessero”. Un “metodo empatico” che la filosofa della scienza Evelyn Fox-Keller ha definito “sintonia con l’organismo”.14
Metodi empatici, vedute globali. È anche il caso dell’archeomitologia, l’approccio interdisciplinare che la Gimbutas usava per decifrare i segni lasciati dalle civiltà dell’antica Europa.
“Gli archeologi non potranno restare per sempre scienziati legati al dato quantitativo, trascurando l’approccio multidisciplinare. La collaborazione di varie discipline – archeologia, mitologia, linguistica e storiografia – offre la possibilità di calarsi sia nella realtà spirituale che in quella materiale delle culture preistoriche. Infatti struttura sociale e religiosa in età neolitica si intrecciano, essendo una riflesso dell’altra”15.
Che cos’hanno in comune la Simard e queste (e molte altre) scienziate?
Sinteticamente: hanno costretto ad un salto di paradigma prima la comunità scientifica e, ad allargare, la comunità umana. E in questo salto, hanno reso metodo di ricerca una visione e un linguaggio che integrano scienza ed esistenza, che si muovono disinvoltamente (troppo, per qualcuno) tra logico e analogico. Tra materia e spirito, in molti casi. Tra emisfero sinistro ed emisfero destro, si potrebbe dire. Una visione che senza dimenticare il rigore della ricerca non teme di porre domande che ne sfidano i confini e di aprire nuovi sentieri (o riaprirne di antichi?) per giungere alle risposte. Che riconoscono il valore di approcci conoscitivi precedenti al radicarsi di una scienza riduzionista e meccanicista.
Alla Simard è stato rimproverato l’uso di un linguaggio metaforico che antropomorfizza il regno vegetale. Si è scritto che il grande successo che il suo lavoro ha incontrato nel pubblico di non addetti ai lavori dipende dal fatto che ci affezioniamo a ciò che percepiamo simile a noi; e che invece bisognerebbe lasciare che gli alberi siano alberi, invece di accomunarli al funzionamento umano.16
Forse solo una donna poteva scegliere di chiamare “madre” invece che “fulcro, perno, nodo” (hub) un albero che sembra nutrire i propri discendenti. Ma se questo preannunciasse tempi nuovi, in cui il linguaggio scientifico può farsi più caldo senza per questo perdere in rigore? Se nei laboratori entrasse, grazie al lavoro delle scienziate, una brezza che sa di analogico, sensoriale, integrato, olistico?
Un fantasma si aggira per i laboratori: l’uso delle metafore nel linguaggio scientifico.17Queste donne e le loro metafore seminano il caos dove il razionalismo garantisce l’ordine. Lo stesso ordine capitalista che vuole monoculture geometriche di piante da sfruttare che puntualmente cedono alle intemperie e ai parassiti, perché non protette dalla biodiversità. Il disastro ecologico che da anni affligge le montagne di Nord Italia e Alpi ne è un esempio. Durante la guerra i boschi sono stati depredati di legname o distrutti e per ripiantarli sono state scelte colture monospecifiche fatte da esemplari della stessa età, poco diversificati e con dominanza di una specie molto produttiva in termini di legname ma con radici molto superficiali: l’abete rosso. Così, quando nel 2018 la tempesta Vaia si è abbattuta sulle Alpi, più di 14 milioni di alberi su 42000 ettari di bosco sono crollati. Divenendo cibo per il bostrico che si è mangiato oltre 7000 ettari di foresta.18
Molte scienziate non avevano alcun interesse a divenire simboli femministi, ma il loro approccio conoscitivo – creativo, inclusivo, olistico – ha smosso un terreno disseminato dai fossili della scienza patriarcale. Che cosa concludere allora, pur sapendo che la ricerca non ha ancora detto l’ultima parola su alberi madre e “foreste socialiste”?
Che non di sola scienza vive (bene) l’uomo. Tanto meno la donna.
Che da questa prospettiva, il mondo può solo beneficiare di un’umanità che vede nelle piante esseri intelligenti e sensibili, capaci di collaborazione come di competizione. Conviene che gli alberi vengano “umanizzati” e abbracciati piuttosto che abbattuti intensivamente, conviene anche se non sappiamo ancora quante molecole di glucosio esattamente passino nella rete fungina, fino a che distanza e verso quali tipologie di piante.
Senz’altro conviene anche che sorvegliamo il nostro narcisismo, se questo ci fa amare solo ciò che ci somiglia, ciò in cui possiamo vedere noi stessi e che ci porta ad antropomorfizzare i regni naturali non umani. D’altra parte quello del narcisismo è un passaggio evolutivo nella vita dell’essere umano, l’importante è – per restare in tema botanico – non mettervi radici. Ma se il successo delle ricerche che “umanizzano” la natura attribuendole tratti e funzioni mammifere dicesse di un anelito – ancora immaturo e autocentrato – a cercare noi stessi nell’altro e vedere l’altro in noi? Anticamera, speriamo, del riconoscire e amare l’altro così com’è.
È evidente la complessità di un tema che mette alla prova i nostri paradigmi culturali e scientifici, oltre a renderci più consapevoli di come guardiamo il mondo. Ma oltre all’ipotesi narcisistica e a quella razionalista vi è una terza possibilità: che molti ricercatori colgano in tutto ciò che esiste – umani, alberi.. – una matrice comune di cui le antiche saggezze parlano da sempre, e che tocchi alla scienza – con i suoi tempi e metodi – mettersi al passo.
Animazione di Deepika Nandan“Abbiamo il potere di cambiare il corso delle cose. E’ la nostra disconnessione – e la perduta comprensione delle sorprendenti capacità della natura – la causa di molta della nostra disperazione, e le piante in particolare sono vittime dei nostri abusi. Se comprendiamo le loro qualità senzienti, la nostra empatia e l’amore per gli alberi si rafforzeranno naturalmente e troveranno soluzioni innovative. La chiave è sintonizzarsi con l’intelligenza della natura stessa. Sta a ciascuno e a tutti noi”. Suzanne Simard

Mycelica®
1 Capra F., I principi sistemici della vita. Idee sulla natura e sull’ecologia umana, Aboca 2024
2 Simard, S., Perry, D., Jones, M. et al. Net transfer of carbon between ectomycorrhizal tree species in the field. Nature 388, 579–582 (1997)
3 Simard S., How trees talk to each other, TED Talk
4 Suzanne S., L’albero madre. Alla scoperta del respiro e dell’intelligenza della foresta, Mondadori 2022
5 Jabr F., La vita sociale degli alberi, The New York Times Magazine, 13.1.2023. In Internazionale n° 1389, 18 dicembre 2020
6 Dalla quarta di copertina di: Suzanne S., L’albero madre. Alla scoperta del respiro e dell’intelligenza della foresta, Mondadori 2022
7 Jabr F., La vita sociale degli alberi, The New York Times Magazine, 13.1.2023. In Internazionale n° 1389 del 18 dicembre 2020
8 Karst, J., Jones, M.D. & Hoeksema, J.D. Positive citation bias and overinterpreted results lead to misinformation on common mycorrhizal networks in forests. Nat Ecol Evol 7, 501–511 (2023)
9 Intervista su Radio3 Scienza: “Idee che hanno messo radici”, 29 aprile 2024
10 Simard S., L’albero madre, in mothertreeproject.org
11 Rothschild J. (a cura di), Donne tecnologia scienza. Un percorso al femminile attraverso mito, storia, antropologia, Rosenberg&Sellier 1986.
13 Ibidem
14 Sesti S., Liliana Moro, Scienziate nel tempo. 100 biografie, Ledizioni, Milano 2018
15 Gimbutas M., La civiltà della Dea. Il mondo dell’Antica Europa [1991], Stampa Alternativa, trad. e cura di M. Pelaia, Viterbo vol. 1, 2012 e vol. 2, 2013. Citata in: Mariagrazia Pelaia, Marija Gimbutas: oltre l’archeologia. Un nuovo approccio allo studio della preistoria e la scoperta di una civiltà europea alternativa, DEP- Rivista telematica di studi sulla memoria femminile, www.unive.it
16 Immerwahr D., Mother trees and socialist forests: is the ‘wood-wide web’ a fantasy?, The Guardian, 23 april 2024
17 Selfish genes and mother trees, Nat. Plants 10, 691 (2024)
18 Djacenko S., La perdita degli equilibri ambientali: il caso del bostrico, aulascienze.scuola.zanichelli.it, 16 novembre 2022
Altre fonti:
Banks K., Suzanne Simard overcame adversity to unlock the secret world of trees, University Affairs, 24 marzo 2021
Gagliano M., Simard S., Così parlò la pianta. Un viaggio straordinario tra scoperte scientifiche e incontri personali con le piante, Nottetempo 2022
Hallé F., Spadolini A. (trad), In difesa dell’albero, Nottetempo 2022
Kohn E., Come pensano le foreste. Antropologia oltre l’umano, Nottetempo 2021
Zagaria D., Un albero è molto più di radici, fusto e chioma, Il Manifesto, 4 dicembre 2022
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