Specie che ci salvano (e non lo sapevamo)

L’articolo si ispira alla ricerca Species that save us, realizzata dal Washington Post in collaborazione con il Pulitzer Center e qui ripresa riadattandola al format narrativo di Mycelica.


C’è un’idea pericolosa, incistata a fondo nella modernità, secondo cui l’essere umano potrebbe sopravvivere anche da solo. Cos’altro ci serve quando abbiamo la tecnologia, la medicina l’ingegneria?
Ma un gruppo di scienziati e di giornalisti legati al Pulitzer Center e al Washington Post ha deciso di smentire questa credenza, documentando al di là di ogni dubbio come la vita umana sia intrecciata e dipenda dal resto del vivente molto più di quanto immaginiamo.

La domanda che ha ispirato la ricerca non è “Perché salvare la natura?” ma “Che cosa succede all’uomo quando il vivente che lo sostiene scompare?” Per un anno gli autori hanno spulciato studi e dati tra laboratori, foreste e oceani, arrivando a 50 storie di specie che ci aiutano a vivere.

A fine 2025, è uscito Species That Save Us.

La ricerca

Seguendo elefanti, pipistrelli, coralli, piante medicinali, anfibi e predatori, gli autori hanno ricostruito una verità forse non così ovvia: molte delle cose che rendono possibile la nostra vita non sono prodotte dall’uomo, ma da reti biologiche complesse i cui effetti sulla nostra esistenza restano spesso nascosti.

Un avvoltoio che elimina una carcassa impedisce la diffusione di malattie.
Un pipistrello che caccia insetti riduce l’uso di pesticidi.
Una pianta selvatica diventa chemioterapia.
Una balena che muore sequestra carbonio per secoli.

Non lo fanno per noi: ci sostengono senza saperlo. Per questo il loro ruolo è stato a lungo invisibile. Fino ad ora.


I primi 10:

1. Elefante africano (Loxodonta africana). Gli elefanti hanno un numero insolitamente alto di geni oncosoppressori, che li rendono molto resistenti allo sviluppo di tumori nonostante la grande massa corporea. La medicina studia questi meccanismi per comprendere come prevenire o rallentare il cancro negli esseri umani.

2. Bisonte americano (Bison bison). I bisonti modellano le praterie attraverso il pascolo e il calpestio, favorendo la biodiversità vegetale e quindi la qualità del suolo: immagazzinano carbonio e rendono il territorio più resistente a siccità e cambiamenti climatici.

3. Granchio ferro di cavallo (Limulus polyphemus). Il suo sangue blu contiene una sostanza che reagisce alle tossine batteriche, per questo è usato per testare la sicurezza di vaccini, farmaci e dispositivi medici.

4. Tonno rosso dell’Atlantico (Thunnus thynnus). Specie chiave per le reti alimentari marine e per la sicurezza alimentare umana. La sua sovrapesca dimostra come la perdita di una sola specie possa destabilizzare interi ecosistemi e risorse economiche.

5. Axolotl (Ambystoma mexicanum). È capace di rigenerare arti, midollo spinale, cuore e parti del cervello senza cicatrici. Un’abilità unica, studiata per sviluppare terapie rigenerative per lesioni spinali e danni ai tessuti umani.

6. Pitone reale (Python regius). Dopo pasti molto abbondanti, il suo cuore e i suoi organi crescono rapidamente senza danni. Questo adattamento è studiato per comprendere meglio le malattie cardiovascolari e l’insufficienza cardiaca.

7. Oca indiana (Anser indicus). Vola sopra l’Himalaya dove l’ossigeno è scarso. I suoi adattamenti fisiologici vengono studiati in medicina e in ambito aerospaziale per capire come il corpo umano possa resistere a condizioni di ipossia.

8. Lucciola di Bethany Beach (Photuris bethaniensis). La bioluminescenza delle lucciole ha ispirato tecniche di imaging medico e biologico, utilizzate per osservare cellule, tumori e infezioni in tempo reale.

9. Orso bruno (Ursus arctos). Durante il letargo, l’orso non perde massa muscolare né densità ossea e non sviluppa trombosi. Viene studiato per prevenire osteoporosi e problemi circolatori negli esseri umani.

10. Polpo californiano (Octopus bimaculoides). Ha un sistema nervoso estremamente flessibile e distribuito. È studiato per comprendere la neuroplasticità, il recupero dopo traumi e nuovi modelli di intelligenza biologica.

Un messaggio anti-ecosofico?

Diceva Arne Naess, uno dei padri dell’ecologia profonda: l’uomo non è un’entità isolata, ma un Sé ecologico esteso nelle relazioni che lo tengono in vita; ed ogni essere vivente che ne fa parte ha un valore intrinseco che non dipende dalla sua utilità per l’uomo. A prima vista allora, sembrerebbe che Species That Save Us vada in direzione opposta: guardate quante specie contribuiscono alla nostra sopravvivenza, quali benefici portano!

Eppure, una lettura più attenta ci mostra il contrario.

Ogni animale, pianta o organismo marino è raccontato come co-protagonista di reti complesse, la cui vitalità e funzione ecologica esistono indipendentemente dall’uomo. La ricerca non riduce le specie a strumenti a nostro uso e consumo: l’utilità che ricaviamo da questi 50 esseri non umani è solo un riflesso della loro esistenza e della loro capacità di sostenere interi ecosistemi. Questo siamo: parte di un Sé ecologico allargato, estensione di reti biologiche, climatiche e simboliche interdipendenti- esattamente il pensiero di Naess.

(Spoiler: ecco perchè proteggere la vita non umana significa proteggere noi stessi).

Species That Save Us ce lo rende concreto: ti dimostro che l’uomo non è circondato ma composto di natura. Ti dimostro come cade qualunque distinzione tra valore intrinseco e valore strumentale: le specie non valgono perché utili, valgono in quanto nodi di relazioni senza le quali non può esistere alcuna forma di vita, umana compresa.

Dove inizia e dove finisce l’uomo? Da Naess a Bateson

Il sé ecologico come rete estesa. Gregory Bateson parlerebbe di mente che eccede l’uomo: una mente che non coincide con il cervello umano, ma con l’insieme dei circuiti di informazioni che attraversano i sistemi viventi.

Le specie analizzate in Species that save us svolgono funzioni di regolazione, equilibrio e retroazione: controllano popolazioni, filtrano agenti patogeni, stabilizzano ecosistemi, accumulano carbonio, producono molecole complesse. Processi che esprimono un’intelligenza sistemica distribuita, per cui quando una specie scompare non perdiamo solo un organismo, ma un pezzo di mente ecologica. Sotto questa luce la crisi ecologica non è una crisi “ambientale”, ma una crisi cognitiva: come avrebbe detto Bateson, stiamo distruggendo il sistema che ci pensa.


Altri 10:

11. Coquí (Eleutherodactylus coqui). È un indicatore biologico: la sua presenza segnala ecosistemi forestali sani. La sua scomparsa indica squilibri ambientali che possono avere effetti a cascata anche sull’uomo.

12. Toporagno comune (Sorex araneus). Riduce e rigenera stagionalmente parti del cervello per risparmiare energia. Questo fenomeno è unico nei mammiferi e offre spunti per la neuroprotezione umana.

13. Bucaneve (Galanthus nivalis). Produce galantamina, un composto usato nel trattamento dell’Alzheimer, dimostrando l’importanza delle piante selvatiche per la farmacologia.

14. Medusa cristallo (Aequorea victoria). Da essa deriva la proteina fluorescente verde (GFP), uno strumento essenziale per la ricerca genetica e medica in tutto il mondo.

15. Anguilla elettrica (Electrophorus electricus). Genera scariche elettriche potenti. Ha ispirato lo sviluppo di batterie flessibili e dispositivi bioelettronici.

16. Corallo corna d’alce (Acropora palmata). Forma barriere che proteggono le coste da tempeste e onde, riducendo danni economici e rischi per le popolazioni costiere.

17. Passero europeo (Passer montanus). Aiuta a controllare insetti dannosi per l’agricoltura, riducendo l’uso di pesticidi.

18. Cono geografico (Conus geographus). Il suo veleno contiene molecole potentissime, alcune già usate come analgesici più efficaci della morfina.

19. Sequoia gigante (Sequoiadendron giganteum). È uno dei più grandi serbatoi naturali di carbonio sulla Terra e contribuisce alla stabilità climatica globale.

20. Mostro di Gila (Heloderma suspectum). Il suo veleno ha portato allo sviluppo di farmaci innovativi per il diabete di tipo 2 e l’obesità.


L’illusione del controllo e altre follie. Omaggio a Latour.

L’idea che possiamo sopravvivere anche da soli non è l’unica illusione della modernità, la ricerca racconta la fine anche di un altro miraggio: quello del controllo.
La convinzione di poter sostituire i processi naturali con soluzioni tecniche si infrange contro l’evidenza che molti processi viventi sono insostituibili, e non per limiti tecnologici ma per complessità. Avrebbe forse detto Bruno Latour: “Visto? Non esiste una linea netta tra natura e cultura. Un granchio ferro di cavallo entra in laboratorio, una medusa illumina il DNA, una foresta regola il clima urbano. Il mondo umano è un collettivo ibrido fatto di umani e non umani che co-producono salute, sicurezza, conoscenza”.

Se un vaccino non è solo il risultato dell’ingegno umano ma di un granchio ferro di cavallo, la sicurezza alimentare non è solo economia, ma pipistrelli, insetti, suolo. E la salute pubblica non è solo medicina, ma avvoltoi, foreste, microrganismi.

È l’ibridazione di cui parla Latour: non viviamo in una società “con” la natura, ma in collettivi socio-ecologici. E ogni entità capace di produrre effetti reali, che sia umana o no, partecipa alla costruzione del mondo comune. Un avvoltoio riduce epidemie, una balena modifica il ciclo del carbonio, un anfibio contribuisce alla scoperta di antibiotici.

Sebbene la ricerca non faccia esplicito riferimento al pensiero del sociologo francese, racconta il mondo “come se lui avesse ragione”. Ad esempio non parla degli animali come risorse passive, ma come agenti che fanno accadere qualcosa. Una scelta concettuale questa – i non umani come attori – molto cara all’econarrativa.

Ancora, per Latour la scienza non produce “fatti puri” ma reti di relazioni: strumenti, organismi, istituzioni, laboratori, finanziamenti, corpi. Species That Save Us rende visibile queste reti: una specie entra in relazione con un laboratorio, un ricercatore, una politica sanitaria, una comunità umana. Ci rende evidente come la conoscenza continuamente emerga dall’incontro tra umano e non umano, non da un soggetto che osserva un oggetto distante.

Anche la politica dovrebbe tenerne conto. Specie non umane partecipano già alla nostra vita politica, dal momento che influenzano salute, sicurezza, economia, futuro. Non sarebbe ora di fare una politica non più antropocentrica ma cosmocentrica, in cui il nostro destino è negoziato insieme a quello di altre forme di vita?

Quello di Species that save us è un racconto molto lucido. Distruggere ciò da cui dipendiamo non è solo ingiusto (categoria morale), è totalmente irrazionale perché autodistruttivo (categoria ontologica). Non dobbiamo tutelare la natura in quanto esseri superiori, ma perché consapevoli della rete che ci costituisce.


Ancora:

21. Giraffa (Giraffa camelopardalis). Ha un sistema cardiovascolare estremamente potente per pompare il sangue fino al cervello sfidando la gravità. Studiarla aiuta a comprendere problemi come l’ipertensione, le malattie cardiache e gli svenimenti dovuti a sbalzi di pressione.

22. Lupo grigio (Canis lupus). Come predatore apicale, regola le popolazioni di erbivori come cervi e alci. Questo riduce il sovrapascolo, migliora la salute degli ecosistemi e diminuisce anche gli incidenti stradali dovuti all’attraversamento, e la diffusione di malattie trasmesse dagli animali.

23. Squalo della Groenlandia (Somniosus microcephalus). È uno dei vertebrati più longevi al mondo, con individui che possono superare i 400 anni. Studiare i suoi tessuti e il suo metabolismo aiuta la ricerca su invecchiamento, resistenza cellulare e prevenzione del cancro.

24. Avvoltoio indiano (Gyps indicus). Nutriendosi di carcasse, elimina rapidamente fonti di infezione. Il crollo delle popolazioni di avvoltoi in India ha portato a un aumento di rabbia e malattie, dimostrando il loro ruolo cruciale per la salute pubblica.

25. Canarino (Serinus canaria). È un importante modello per lo studio dell’apprendimento vocale e della plasticità cerebrale. Le sue capacità aiutano a comprendere come il cervello umano apprende e recupera dopo danni neurologici.

26. Koala (Phascolarctos cinereus). Si nutre quasi esclusivamente di foglie di eucalipto, tossiche per altri animali. Il suo sistema immunitario e digestivo è studiato per comprendere adattamenti a diete estreme e la risposta a patogeni complessi.

27. Pipistrello bruno (Myotis lucifugus). Ogni notte consuma enormi quantità di insetti, molti dei quali dannosi per l’agricoltura o portatori di malattie. Questo servizio naturale riduce l’uso di pesticidi e protegge la salute umana.

28. Pervinca del Madagascar (Catharanthus roseus). Da questa pianta derivano farmaci fondamentali per la cura di leucemie e linfomi.

29. Regina dei prati (Filipendula ulmaria). Contiene salicilati naturali che hanno portato allo sviluppo dell’aspirina. Mostra come la medicina moderna abbia radici profonde nelle piante selvatiche.

30. Farfalla monarca (Danaus plexippus). È un impollinatore e un indicatore ecologico. Il suo declino segnala problemi ambientali che colpiscono anche l’agricoltura e la sicurezza alimentare umana.


Una forza econarrativa

Non ci stancheremo mai di parlare del lavoro di Arran Stibbe, studioso e docente di Ecolinguistica. Secondo questa disciplina, uno dei nodi centrali della crisi ecologica è di tipo narrativo: viviamo dentro storie che rendono normale, dunque accettabile, la distruzione. Le metafore, le scelte linguistiche e i racconti dominanti della modernità — “crescita infinita”, “risorsa”, “capitale naturale”, “controllo” — costruiscono un mondo in cui la vita non umana appare marginale, sacrificabile e muta.

Species That Save Us è anche un atto di riscrittura narrativa attraverso quelle che Stibbe chiama “stories we live by”, le storie che strutturano il nostro modo di percepire, valutare e agire. In che modo lo fa?

Dalla natura come sfondo alla natura come personaggio

Una delle narrazioni più dannose per l’ecolinguistica è quella che riduce la natura a sfondo passivo dell’azione umana. Species That Save Us cambia registro scegliendo di raccontare specie singole con nomi, funzioni, storie, effetti concreti sulla vita umana. In econarrativa, questo significa trasformare la natura da scenario a personaggio. E da oggetto a soggetto.

Gli animali e le piante smettono di essere elementi indistinti di un ambiente astratto e diventano agenti narrativi; come protagonisti a pieno titolo, fanno accadere cose, prevengono catastrofi, rendono possibili cure, stabilizzano sistemi. L’inglese ha un termine ben preciso per rendere questa che è allo stesso tempo una capacità e una forza di presa sul mondo: agency.

Contro la narrazione dell’autosufficienza

Anche quella dell’autosufficienza umana è una narrativa tossica: tecnologia e mercato possono sostituire qualsiasi processo naturale. Abbiamo già visto come Species That Save Us la decostruisca attraverso l’evidenza. Ogni specie raccontata è il fulcro di un contro-racconto: la narrazione dell’uomo autosufficiente si incrina davanti al granchio ferro di cavallo che rende sicuri i vaccini, al pipistrello che protegge i raccolti, alla foresta che stabilizza il clima.
La dipendenza finalmente non è più una debolezza: diventa una condizione condivisa dell’essere vivente.

Chi salva chi?

Il titolo scelto è cruciale: specie che ci salvano. È un ribaltamento semantico potente: nelle narrazioni dominanti è l’uomo che salva la natura. In questa storia, invece, è la natura che salva l’uomo. Il linguaggio non si limita a descrivere il mondo, orienta anche le nostre azioni. Dire che una specie “ci salva” non è una semplice metafora: è una riassegnazione dei ruoli narrativi. L’uomo non è più l’eroe solitario ma un personaggio che dipende da una moltitudine di co-protagonisti non umani.

La trama della storia, il suo stesso finale, dipenderà allora dagli esiti di queste interazioni, non dalle azioni di un solo primoattore antropomorfo. Ecco l’incipit, il C’era una volta di nuove possibili storie di cura reciproca, invece che di dominio o gestione.

Storie ecologicamente vivibili

Il compito dell’econarrativa non è solo demolire le storie distruttive ma nutrire l’immaginario con storie ecologicamente vivibili, ispiranti, dalla parte della vita. Species That Save Us non vuole colpire con una narrazione apocalittica, né rassicurare con una favola consolatoria: racconta storie di interdipendenza concreta fatta di corpi, malattie, cure, climi, ricerca, tempi lunghi. Ad una narrativa di separazione sostituisce una storia di co-appartenenze, dove il controllo lascia il posto alla relazione e alla co-regolazione tra sistemi.

Species That Save Us è un vero e proprio laboratorio di narrazione ecologica. Mentre parla di lupi, corallo, lontre marine, i sottotitoli dicono: “Finché continueremo a vivere dentro narrazioni di centralità, autosufficienza e dominio, distruggeremo le condizioni che ci permettono di esistere”.

La crisi ambientale è anche una crisi delle storie che raccontiamo su noi stessi. Perché, come suggerisce l’econarrativa, non viviamo semplicemente nel mondo: viviamo nelle storie che lo rendono possibile.


……

31. Ratto talpa nudo (Heterocephalus glaber). È straordinariamente resistente al cancro e al dolore, e vive molto più a lungo di altri roditori. Studiare questi adattamenti può portare a nuove terapie oncologiche.

32. Castoro nordamericano (Castor canadensis). Costruendo dighe crea zone umide che trattengono acqua, riducono incendi, mitigano alluvioni e migliorano la biodiversità. Un vero “ingegnere dell’ecosistema”.

33. Balena franca nordatlantica (Eubalaena glacialis). Accumula grandi quantità di carbonio nel corpo. Quando muore e affonda, il carbonio viene sequestrato per secoli, contribuendo a rallentare il cambiamento climatico.

34. Manta oceanica (Mobula birostris). Il suo modo di nuotare, efficiente e silenzioso, ispira nuove tecnologie per veicoli subacquei e droni.

35. Tasso del Pacifico (Taxus brevifolia). Da questa pianta si ricava il paclitaxel, uno dei farmaci più importanti nella chemioterapia. Senza di essa, molte cure oncologiche non esisterebbero.

36. Rana dorata di Panama (Atelopus zeteki). La sua scomparsa a causa di un fungo patogeno evidenzia il legame tra perdita di anfibi e aumento di insetti vettori di malattie.

37. Ornitorinco (Ornithorhynchus anatinus). Il latte dell’ornitorinco contiene proteine con potenziali proprietà antibiotiche, utili contro batteri resistenti.

38. Bombo rugginoso (Bombus affinis). È un impollinatore essenziale per molte colture. Il suo declino minaccia direttamente la produzione alimentare.

39. Lontra marina (Enhydra lutris). Controlla i ricci di mare, proteggendo le foreste di kelp, che assorbono CO₂ e sostengono la biodiversità marina.

40. Coccodrillo siamese (Crocodylus siamensis). Il suo sangue e la sua pelle contengono sostanze con proprietà antibatteriche e cicatrizzanti.

41. Sifaka setoso (Propithecus candidus). Disperde i semi nelle foreste del Madagascar, favorendo la rigenerazione di ecosistemi fondamentali per il clima.

42. Rana di Darwin (Rhinoderma darwinii). Simbolo della crisi globale degli anfibi, la sua perdita indica gravi squilibri ambientali che influenzano anche la salute umana.

43. Iena maculata (Crocuta crocuta). Consumando carcasse, riduce la diffusione di patogeni pericolosi per animali e persone.

44. Corallo corna di cervo (Acropora cervicornis). Forma barriere coralline che proteggono le coste e sostengono la pesca.

45. Stella marina girasole (Pycnopodia helianthoides). Regola le popolazioni di ricci di mare, mantenendo in equilibrio le foreste di kelp.

46. Spugna marina (Tectitethya crypta). Ha portato allo sviluppo di importanti farmaci antivirali e antitumorali.

47. Geco tokay (Gekko gecko). Le sue zampe hanno ispirato adesivi avanzati usati in medicina e ingegneria.

48. Frassino bianco (Fraxinus americana). Migliora la qualità dell’aria urbana e contribuisce al benessere umano nelle città.

49. Passero dalla corona bianca (Zonotrichia leucophrys). È un modello per lo studio del sonno e dei ritmi biologici.

50. Pesce zebra (Danio rerio). Fondamentale per la ricerca genetica e farmacologica, grazie alla sua trasparenza e rapidità di sviluppo.


Mycelica®


Non un semplice inciso.

La sensibilità animalista non può non sollevare, leggendo questa ricerca, una delle questioni etiche più complesse sul tavolo della ricerca scientifica. Molte delle specie animali citate contribuiscono all’ampliamento delle conoscenze mediche di cui beneficiamo come umani, ma per questo sono sottoposte a esperimenti di laboratorio invasivi quando non alla vivisezione. Un tema che proveremo ad affrontare anche qui, a Mycelica, non appena ci sembrerà di maneggiare con sufficiente cura e competenza l’argomento.


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